Sito nel cuore del centro storico di Catania, fra via Garibaldi e via Castello Ursino, il complesso monastico di Santa Chiara fu edificato nella prima metà del Settecento sui resti del vecchio caseggiato distrutto dal terremoto del 1693.

La costruzione delle nuove fabbriche fu terminata fra gli anni Trenta e gli anni Sessanta del Settecento. Santa Chiara restava adesso l’unico istituto di clarisse della città: delle tre comunità esistenti prima del terremoto (Santa Chiara, San Girolamo e Montevergine) si erano infatti salvate talmente poche monache che si decise di riunirle tutte in un solo monastero.

Rispetto a quelli delle benedettine, questo convento appare più “spartano”: ciò non solo in conformità allo spirito tipicamente francescano, ma anche a motivo della minore disponibilità di mezzi economici. Le clarisse, infatti, non provenivano da casate particolarmente illustri, ma erano prevalentemente di estrazione borghese o della piccola nobiltà.

Per arrotondare le loro rendite, già da secoli erano solite “rimboccarsi le maniche” e vendere vino, uova e biscotti di loro produzione. Ciò meritò loro l’appellativo di “monache viscuttara”.

Dopo la soppressione post-unitaria (1866), le converse che lavoravano nelle cucine tornarono alle loro famiglie. Una di loro, Mara Messina, era parente dei titolari del biscottificio Arena, a cui trasmise la ricetta dei biscotti a forma di S che sarebbero poi diventati i celebri “biscotti della monaca”.

Sembra sia stato proprio questo convento ad ispirare Giovanni Verga nella stesura della “Storia di una Capinera”. La casa del Verga, infatti, sorge a pochi passi da Santa Chiara, in via Sant’Anna.

Nel chiostro, le monache passeggiavano o sedevano con i loro libri o lavori durante i momenti di ricreazione.

Nella costruzione degli edifici monastici, il giardino era uno degli elementi fondamentali.

Oltre a rappresentare il paradiso, infatti, il giardino garantiva frescura e salubrità nella stagione estiva; in più, la sua presenza era di grande conforto per mitigare le asprezze della reclusione.

Per questo, veniva solitamente dedicata molta attenzione alla scelta delle piante e della loro disposizione. Per mantenerlo nelle migliori condizioni, alcuni conventi assumevano personale specializzato; spesso, però, erano le stesse monache a prendersene cura.

A dispetto dei molti restauri subiti dopo la confisca post-unitaria, questo sito conserva intatta la sua atmosfera.

Prigionia per alcune fanciulle, rifugio per altre: quante storie dimenticate potrebbero raccontarci queste mura…

Tra il portale monumentale (opera di Francesco Battaglia) e il chiostro porticato si frappone una scalinata, quasi un “cuscinetto” fra la clausura e il mondo esterno, ma con in più un messaggio simbolico: la “salita”, verso una vita di perfezione.

Essenziali e pratiche, ma non troppo: le monache viscuttara profusero molte delle loro sostanze nella riedificazione e nell’abbellimento della chiesa annessa al monastero. Dai registri di spese riguardanti la costruzione, comunque, risulta che non di rado esse ricevevano sconti, prezzi speciali e prestazioni gratuite per devozione, per cui un’opera monumentale come questa finiva per costare una cifra irrisoria.

Il vecchio complesso distrutto dal terremoto era un antico tenimento di case che il lascito testamentario del barone di Oxina, nel 1543, aveva devoluto alla fondazione del monastero. L’immobile includeva una piccola chiesetta, intitolata a San Lorenzo. Negli anni successivi al 1693, alcuni arredi di questa chiesetta, fra cui le reliquie di San Lorenzo, due grandi candelabri e il quadro dell’Immacolata di Olivio Sozzi (Catania, 1690 – Ispica, 1765), furono recuperati dalle macerie e collocati nella nuova costruzione.

Piccola ma graziosa e ben arredata, la chiesa di Santa Chiara vanta materiali e finiture di gran pregio, ed è opera, come il resto del monastero, dell’insigne architetto Giuseppe Palazzotto (Catania, 1702-1764). Degno di nota, in particolare, è il pavimento in marmi policromi che, insieme alle bellissime acquasantiere, porta la firma del talentuoso scultore palermitano Giovanni Battista Marino.

Dopo il 1866 il complesso ha cambiato più volte destinazione d’uso, da edificio scolastico a sede dell’amministrazione comunale. Quando ho scattato queste foto, vi si trovavano gli uffici dell’anagrafe. Colgo l’occasione per ringraziare il personale, molto gentile e disponibile, che a suo tempo mi ha autorizzato ad effettuare gli scatti.

Donatella Pezzino

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Tutte le foto sono dell’autrice

Fonti:

  • Donatella Pezzino, Le murate vive. I monasteri femminili di Catania dopo il terremoto del 1693, Acireale, Bonanno, 2004.
  • Donatella Pezzino, Per la storia delle clarisse a Catania. Da Povere Dame a Viscuttara nel manoscritto inedito di una badessa del Settecento, in Agorà, n. 41, Luglio-Settembre 2012, pp.10-13.
  • Guglielmo Policastro, Catania nel Settecento, SEI, 1950.
  • Francesco Pergolizzi, Monasteri e chiesa di Santa Chiara in Catania, Catania, 1998.

Dal blog dell’autrice: https://donatellapezzinosicily.wordpress.com/2022/06/18/il-monastero-di-santa-chiara-a-catania/