A PROPOSITO DI ANTICORPI MONOCLONALI, dott. Massimo Sartelli

A PROPOSITO DI ANTICORPI MONOCLONALI

Ieri, senza aver ottenuto l’approvazione della Food and Drug Administration, gli anticorpi monoclonali dell’azienda statunitense Regeneron sono stati somministrati via flebo al presidente degli Stati Uniti. E nella dose massima consentita dalle sperimentazioni: 8 grammi.

La messa a punto di anticorpi monoclonali contro SARS-CoV-2 potrebbe essere una soluzione a breve termine nella lotta alla pandemia in attesa di un vaccino efficace.

Per produrli, i ricercatori isolano gli anticorpi dai pazienti in fase di recupero da COVID-19 e identificano quelli che meglio “neutralizzano” il virus legandosi a esso e impedendogli di replicarsi. Poi producono in laboratorio questi anticorpi su scala più ampia. La Regeneron – che in passato aveva messo a punto un metodo simile contro Ebola – usa un cocktail di due diversi anticorpi. 

Questa terapia si differenzia da quella con “plasma convalescente”, composto da una complessa miscela di anticorpi e molecole prelevati dal sangue di persone in fase di recupero da COVID-19 e usati per curare altri pazienti.

L’esperienza passata suggerisce che, anche una volta sviluppati, gli anticorpi contro COVID-19 potrebbero però non arrivare in gran parte del mondo. Il problema sarà probabilmente il costo. Le terapie anticorpali monoclonali sono in genere più costose dei farmaci a piccole molecole, devono essere somministrate per via parenterale, e non per via orale, e sono difficili da replicare da parte dei produttori di farmaci generici. Produrli non è né banale né veloce. Una dose dovrebbe costare diverse migliaia di euro. Sicuramente non si tratterà di una cura di massa: gli anticorpi monoclonali potrebbero essere riservati ai malati gravi. Ma non tutti probabilmente riusciranno ad accederci.