Isaku Yanaihara “I miei giorni con Giacometti”, presentazione

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Isaku Yanaihara nel 1954 è a Parigi: filosofo e critico d’arte giapponese è nella capitale francese con una borsa di studio per approfondire alcune tematiche della filosofia francese. Conosce e frequenta numerosi scrittori, artisti tra i quali Alberto Giacometti che incontra al Café des Deux Magots di Parigi e visita più volte gli studi dell’artista. Tra i due nasce una profonda amicizia e, nel 1956, Giacometti gli chiederà di posare per lui.

Un ritratto senza fine ma che si realizzerà in tanti disegni e in una impasse per il pittore scultore che lo porterà però ad una svolta nello stile.

Durante le pose, protratte per giorni e mesi, per circa 230 giorni in tutto, durante le quali il modello riusciva a restare immobile fino a dieci ore consecutive, ma soprattutto durante le pause di riposo, spesso notturne e in compagnia di Annette la moglie di Giacometti, si aprono conversazioni sull’arte, sugli artisti, sui costumi, sulla morale, su argomenti dell’attualità politica anche sui rapporti fra Oriente e Occidente, che il professor Yanaihara appunterà e da cui negli anni successivi avrebbe tratto una monografia su Giacometti mentre lui avrebbe avuto diversi dipinti, numerosi disegni e due busti scolpiti.

Sulla copertina una foto raffigura l’accesso allo studio, aperto a pochissimi, dell’artista al 46 di Rue Hippolyte Maindron a Parigi.

Dalla Quarta di copertina

«Guarda, nei paesaggi reali non esiste neanche uno di quei colori accesi, non troverai mai una tonalità di rosso o di verde come quella che viene fuori dai tubetti di colore. Gli alberi, le case, i tetti, perfino il cielo, tutto è una continuità color cenere, ci sono delle sottili differenze, delle complicate sfumature, ma non si può dire che esistano colori indipendenti».

Al sentire le sue parole, le foglie dell’albero di acacia non mi sembravano più, in effetti, verdi, ma cominciavano ad apparirmi come se fossero di una particolare gradazione di grigio e il paesaggio si trasformava di fronte ai miei occhi in un avvicendarsi di spazi privi di colore. Mi chiesi se ciò derivasse dalla luce spenta di quella melanconica città di pietra oppure se si trattasse invece di una caratteristica intrinseca alle cose, un elemento universale.(da Giometti&Antonello Macerata)