Gianni Castagnello

Verso la metà di dicembre una notizia è pas-sata come una meteora – o una stella come-ta effimera, dato il periodo – sfuggita all’at-tenzione dei più.

Si tratta dell’appello di oltre 50 premi Nobel e presidenti di accademie scientifiche per ridurre le spese militari.

L’appello è rivolto ai  governi di tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite perché “si impe-gnino ad avviare trattative per una riduzione concordata della spesa militare del 2 per cento ogni anno, per cinque anni”.

Gli estensori del documento – i fisici Carlo Rovelli e Matteo Smerlak – osservano che le spese militari mondiali sono quasi raddop-piate dal Duemila ad oggi e si avvicinano ai duemila miliardi di dollari l’anno.

Se gli stati concordassero la riduzione pro-posta, si creerebbe un “dividendo della pace”, una consistente risorsa finanziaria da riparti-re a metà tra i singoli stati e  l’ONU che li im-piegherebbe per intervenire sui grandi proble-mi come un sistema di prevenzione e contra-sto della pandemia, la lotta al cambiamento climatico, la devastante persistenza della po-vertà.

Secondo i dati forniti dal SIPRI, l’Istituto inter-nazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, le spese militari nel 2020 ammontavano a 1.981 miliardi di dollari e avevano avuto un aumento del 2,6% rispetto al 2019, malgrado il Pil globale, complice la pandemia, fosse di-minuito del 4,4%. La spesa della NATO costi-tuisce più di metà del totale: 1.028 miliardi di dollari, sostenuta per circa il 70% dagli Stati Uniti che, con 778 miliardi di dollari, sono al primo posto nelle spese per gli armamenti,  seguiti dalla Cina, con 252 miliardi.

Rispetto a queste potenze, la spesa dell’Italia è contenuta: ha raggiunto comunque 28,9 miliardi in dollari, con un aumento del 7,5% rispetto al 2019, e la NATO chiede al nostro Paese di aumentarla nel prossimo futuro a 36 miliardi annui.

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