Lo vedi come sei… lo vedi” (direbbe il celebre comico Torinese): tutti che parlano di apericena (importato dall’happy hour americano) quando noi del Piemonte già nella seconda metà del 1800 avevamo la nostra tradizionale “Marenda Sinoira” (marenda o merenda a seconda del dialetto della zona).

La tradizione gastronomica contadina piemontese ha anticipato l’apericena.

La merenda sinoira è un concetto piemontese unico: letteralmente significa merenda prima di cena (sina in piemontese) e si colloca a metà sia temporalmente, cioè tra l’orario dello spuntino pomeridiano e quello del pasto serale, che quantitativamente. Data l’ora in cui veniva consumata e cioè fra le 17 e le 18, non poteva che essere una merenda, ma sinoira, traducibile in tendente alla cena. Infatti il Dizionario Piemontese – Italiano del 1859 definisce la merenda sinoira come ”il mangiare tra il desinare e la cena”.

I contadini durante le lunghe giornate di lavoro estive o nel periodo della vendemmia, avevano bisogno di rifocillarsi per poter continuare a lavorare fino al calar del sole. Dopo ore di lavoro sotto il sole, quando la fatica fisica e mentale si faceva sentire, arrivavano dalle case le donne con il loro fagotto: un fazzoletto contenente non solo il nutrimento, ma anche un modo per rinfrancare dalla fatica ed aggiornare sulle novità di casa, cementando l’unione famigliare.

Quindi nell’orario dell’apericena, ma con valenza culturale, con valori e modi totalmente diversi.

Questo pasto aveva una precisa collocazione stagionale: sempre il Dizionario del 1859 inseriva la merenda sinoira, citando un antico proverbio piemontese, tra San Giuseppe (fine marzo) e San Michele (fine settembre), prendendo in mezzo tutta la primavera e tutta l’estate arrivando quindi fino al tempo della vendemmia, quando le giornate si allungano ed il clima è piacevole.

“San Giusep a porta la marenda ant el fassolet, San Michel a porta la marenda an ciel
(San Giuseppe porta la merenda nel fazzoletto, San Michele porta la merenda in cielo).

Una versione della merenda sinoira più ricca e conviviale era quella servita nelle aie, al termine di un lavoro comune: spesso le famiglie contadine si aiutavano vicendevolmente nell’esecuzione di lavori importanti (come la trebbiatura) ed ogni occasione era buona per festeggiare e riunirsi.

Ma in cosa consisteva la Marenda Sinoira?

Quella che veniva portata dalle donne nei campi dentro un fagottino doveva essere di agevole trasporto e quindi consisteva in: pane contadino, salame, formaggio, frittate e frittatine verdi (friciulin verd), soma d’aj, frutta ovviamente di stagione ed un fiasco del proprio vino tradizionalmente rosso (come un buon Grignolino).

Mentre quella consumata sull’aia era indubbiamente più sostanziosa e qui comparivano: l’antipasto alla piemontese di verdure con tonno e le uova sode, i funghi sott’olio, la cugnà per accompagnare i formaggi, le verdure sott’aceto o crude in pinzimonio, le insalate composte, le frittate di erbe, le acciughe col bagnet verd, la bagna càuda, la frittata di patate, come dolce pesche al vino oppure fragole o pan perdu e tutto quanto la fantasia e gli ingredienti suggerivano.

L. Lhermitte: La zuppa del vecchio falciatore.

Consumata la merenda sinoira i contadini riprendevano a lavorare ancora per qualche ora fino al tramonto: tornati a casa, essendosi rifocillati, l’appetito non era più eccessivo e quindi consumavano una cena leggera per un riposo migliore. Del resto la stanchezza del duro lavoro nei campi li proiettava più verso il giaciglio che non verso la tavola, anche perché la giornata successiva iniziava all’alba.

La merenda sinoira nasce da un ambito contadino in cui i ritmi della giornata erano dettati da tre gli elementi: l’alternarsi delle stagioni, il ciclo del sole e le faccende lavorative.

La merenda sinoira c’era, c’è sempre stata e rimarrà.

Oggi la merenda sinoira in Piemonte è stata recuperata nel suo valore culturale e tradizionale e viene riproposta in vinerie e ristoranti, ma inevitabilmente reinterpretata ed adattata tenendo però fermi i suoi principi: l’orario del tardo pomeriggio, la semplicità e frugalità, la territorialità, la lentezza e la convivialità. Quasi un apericena arricchito di nostalgica, ma intelligente memoria storica.