Per la prima volta, nel 2005, cardiochirurghi italiani hanno eseguito con una nuova tecnica un intervento di sostituzione integrale della valvola aortica e di un tratto dell’aorta in unico tempo e senza arresto della circolazione sanguigna nel paziente. Una tecnica all’avanguardia che ha permesso di ridurre drasticamente il rischio di mortalità per questo tipo di interventi. Ad effettuare l’operazione, l’equipe del dottor Mario Fabbrocini, direttore del Dipartimento cardiovascolare alla Nuova Casa di Cura Città di Alessandria. «Per la prima volta – ha affermato Fabbrocini – abbiamo eseguito un intervento chirurgico di sostituzione valvolare aortica, aorta ascendente, arco aortico e aorta toracica discendente in un unico tempo e senza arresto della circolazione ematica».

L’operazione, ha spiegato il cardiochirurgo, è stata effettuata su una paziente affetta dal morbo di Takayasu, una patologia dilatativa delle arterie su base infiammatoria con rischi di rottura: «La paziente – ha detto Fabbrocini – ha superato l’intervento senza alcuna complicazione ed è stata dimessa dalla sala di terapia intensiva il giorno successivo».

LA TECNICA – Gli esperti hanno sostituito nella paziente l’intero arco aortico, ovvero dalla valvola aortica fino al primo tratto dell’aorta toracica. «Fino ad oggi – ha spiegato Fabbrocini – per eseguire tale operazione, il paziente veniva posto in una condizione di ipotermia profonda; il suo sangue veniva cioè raffreddato ad una temperatura di 18 gradi e il soggetto, in pratica, è come se fosse ibernato. In questo modo, la circolazione sanguigna viene bloccata ma il cervello continua a restare vitale, anche se per un tempo massimo di un’ora». Il tempo necessario per eseguire l’intervento. Questa modalità implica però un alto rischio di mortalità (circa il 30%) e possibilità di gravi complicanze. La nuova tecnica utilizzata dall’equipe di Fabbrocini evita tutto questo. «Abbiamo staccato le tre arterie che portano il sangue al cervello – ha spiegato il cardiochirurgo – e le abbiamo collegate a tre tubicini che abbiamo poi convogliato in un unico tubo extracorporeo collegato, a sua volta, a un macchinario di circolazione extracorporea da cui attingeva il sangue. In questo modo, il cervello ha continuato ad essere irrorato di sangue, senza il bisogno di interrompere la circolazione attraverso l’ipotermia, e l’equipe è potuta intervenire sul paziente». In altri termini, è come se il cervello fosse distaccato dal resto del corpo, potendo essere irrorato attraverso l’azione della macchina e del sistema di tubi mentre i chirurghi eseguivano l’intervento.

SOSTITUZIONE – Questa fase ha preceduto l’intervento vero e proprio di sostituzione dell’arco aortico, anch’esso eseguito con tecnologie all’avanguardia: «Per sostituire il lungo tratto di aorta – ha spiegato Fabbrocini – abbiamo utilizzato due protesi, la prima inserita chirurgicamente nel torace e la seconda, detta endoprotesi, è stata inserita attraverso l’arteria femorale. Congiugendosi, le due protesi hanno dunque sostituito il tratto di aorta dilatata e che poteva scoppiare, ovvero l’aneurisma». Una volta sostituito l’arco aortico, il tubo che portava il sangue al cervello è stato staccato dalla macchina e ricongiunto alla «nuova» aorta. «Si tratta di una tecnica estremamente innovativa – ha concluso Fabbrocini – e che consente di ridurre notevolmente i rischi per il paziente».

Si tratta di un tipo di intervento, ha rilevato Fabbrocini, necessaria e consigliabile non solo in pazienti affetti dal morbo di Takayasu, ma anche nei casi, molto più frequenti, di aneurisma dell’arco aortico, con l’uso concomitante delle protesi chirurgiche e quelle endovascolari assicurate tra loro con suture supplementari.