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Studiando per completare questa breve introduzione al mio nuovo romanzo, una cosa credo di averla compresa: fare lo scrittore è un mestiere complicato. Ed è complicato perché non è che uno scrittore passi tutto il suo tempo a scrivere, e così la gente capisce che fa davvero lo scrittore. Anche quando lavora, e non fa solo finta di lavorare, deve fare altre mille cose come guardare fuori dalla finestra, pensare, leggere, camminare, fare la punta alla matita, osservare fisso lo schermo del computer, oppure starsene da solo chiuso dentro una stanza. Queste sono tutte cose che se qualcuno ti guarda, e non sa che sei davvero uno scrittore, può pensare che tu sia soltanto un perditempo che non ha voglia di far niente oppure, nella migliore delle ipotesi, un tizio stravagante a cui piace guardare fuori dalla finestra, pensare, leggere, camminare, che per molti è quasi uguale ad essere un perditempo che non ha voglia di far niente.

E siccome il tempo che uno scrittore trascorre senza scrivere è importante quanto quello che passa a scrivere – perché senza il primo non ci può essere neppure il secondo – c’è stato uno scrittore italiano famoso, che oltre a scrivere libri faceva anche molte altre cose, come ad esempio inventare collane famose di libri di fantascienza, il quale si era messo d’accordo con quelli che vivevano insieme a lui e gli aveva detto che quando aveva il cappello in testa lo lasciassero in pace perché stava lavorando, anche se era in giro per casa o fuori in giardino a passeggiare. Quando non aveva il cappello in testa, invece, potevano chiamarlo, chiedergli le cose, parlargli anche del più e del meno, del tempo o forse anche di una partita di calcio o del buco nell’ozono.

(Tratto da La vita è solo una malattia mortale sessualmente trasmissibile? J. Iobiz, 2021)

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