Alessandria, post pubblicato a cura di Pier Carlo Lava 

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Rai Cultura – Letteratura

Elena Zibordi

Non è un capolavoro, non è un Nobel, ma proprio per questo lo scelsi; mia madre i capolavori li aveva già letti. Alternandomi con le mie sorelle, ogni tre giorni, percorrevo 120 km per andare in ospedale a trovarla. Presi così l’abitudine di portarle un regalo; una storia. Dovevano essere avvincenti, non eccessivamente cupe, preferibilmente di ambientazione “esotica”. Quando si invecchia, dicono, si torna alla propria infanzia.

Allora mi attendeva come una bimba sotto le coperte. Questo romanzo è un giallo, sì uno di quelli detti “genere minore”, ma i protagonisti sono Longfellow e i suoi amici letterati. Longfellow tradusse a metà dell’800 La divina commedia ad uso e consumo dei lettori americani. La vicenda si svolge nella sua nevosa Boston, la più europea delle città statunitensi. Io ci ero stata pochi mesi prima, questo giocava a mio favore, potevo descriverla da testimone diretta.

Così come le dissi; “Sai mami, sai che durante il viaggio siamo stati anche a New York. Beh, lì, in Central park, c’era un ragazzo che se gli davi un dollaro ti declamava un brano a scelta della Divina commedia. Tutto a memoria, come te coi Promessi sposi”. “Ma in inglese?”. “No, no. In volgare. A loro piace sentirla in lingua originale. C’è da essere fieri, mica sempre è solo spaghetti e mafia”. Lessi almeno altri quattro libri di notte per raccontarglieli di giorno.

Poi partì. Il suo amore per i libri ci ha unite tutta la vita. L’ultimo nostro colloquio fu questo. Stavamo facendo il Bartezzaghi insieme; “Ecco, questa proprio non la so. Dai mamma, chi ha scritto Il Marco Visconti?”. “Tommaso Grossi”. “Giusto”. Mio marito, dopo poco tempo, mi fece trovare un pacchetto con un romanzo. “Cos’è?”. Ovviamente era Il Marco Visconti, usato, datato 1887. È fuori stampa da anni. Peccato, questo è davvero un capolavoro, scritto da un amico e contemporaneo di Manzoni. Mia madre è riuscita a farmelo leggere.