Intervista a Barbara Rossi autrice di “Recitare il tempo. Le voci della Heimat, di Edgar Reitz”

di Pier Carlo Lava

Alessandria, abbiamo intervistato l’autrice Barbara Rossi, Presidente dell’Associazione culturale “La Voce della Luna”, sul suo libro: “Recitare il tempo. Le voci della Heimat, di Edgar Reitz”, ecco le sue risposte alle nostre domande:

– Tu hai già raccontato il cinema di Edgar Reitz in un precedente libro, edito da Bietti nel 2019. Che cosa ti ha spinta a proseguire e approfondire il discorso?

– Sì, avevo già iniziato il lungo percorso di esplorazione nel cinema di questo grande regista, tra i principali autori del cosiddetto Nuovo Cinema Tedesco degli anni Sessanta, nel precedente “Edgar Reitz. Uno sguardo fatto di tempo”. 

Reitz ha rappresentato una montagna difficile da scalare, e nonostante avessimo già raccontato molto del suo cinema, restavano alcune tematiche da approfondire: il concetto – anche filosofico – di ‘patria’, oggi particolarmente attuale; la recitazione degli attori della sterminata saga di “Heimat”, la cui realizzazione li ha coinvolti per oltre trent’anni.      

– Nel tuo saggio ci sono una prefazione e una lunga intervista all’attore berlinese Henry Arnold, tra i protagonisti principali della saga a partire da “Heimat 2”. Come è nata la collaborazione fra di voi?

– La collaborazione con Henry Arnold – con il personaggio del musicista e direttore d’orchestra Hermann Simon uno dei volti più amati e conosciuti della saga – è nata, come spesso accade, quasi per caso. Mi trovavo a Milano – nell’autunno 2019 – prima del Covid, per intervistare Reitz che si trovava al Centro San Felice per la riproposizione integrale di “Heimat 2”. Nel corso della serata ho avuto modo di ascoltare, in collegamento video, Henry Arnold, che tra l’altro parla uno splendido italiano avendo recitato e lavorato come direttore d’orchestra in Italia: da qui è nata l’idea della lunga intervista che si può leggere nel libro, a cui si è aggiunta una prefazione fortemente voluta dall’attore stesso.         

– Che particolare significato riveste – nel contesto del tuo libro – il titolo? Quale l’immagine di copertina, che mi risulta scelta da Reitz stesso?

– Il titolo “Recitare il tempo. Le voci della Heimat di Edgar Reitz” fa riferimento anzitutto alla pluralità delle voci che attraversano il racconto corale di “Heimat”, questa saga familiare tedesca che ha inizio nel 1919 per concludersi alle soglie del 2000: le voci dei numerosi personaggi, ma anche quelle degli attori e delle attrici che li hanno interpretati, sperimentando una concezione del tutto originale di temporalità, messa a confronto con quella che sperimentiamo ogni giorno. Un tempo narrativo che oltrepassa la misura del tempo cronologico e che riesce a fondere insieme passato, presente e futuro. Inoltre, le voci della Heimat sono quelle dei saggisti che hanno offerto il loro contributo critico al presente volume, a cui sono particolarmente grata. 

L’immagine di copertina, in bianco e nero, scelta – come hai detto tu – dallo stesso Reitz, è emblematica sotto diversi punti di vista: è un primo piano del regista, che sottolinea il suo sguardo penetrante, così come incisivo risulta il suo approccio all’arte del racconto cinematografico. C’è, poi, quel gesto che compie Reitz, come a “mettere in quadro” con le mani una porzione di spazio: si tratta di un gesto altamente simbolico, il cineasta che riproduce l’essenza stessa del cinema, cioè circoscrivere ed evidenziare una porzione di spazio e di tempo – una storia – per raccontarla.          

– Che valore ha, ai nostri giorni, indagare come fa Reitz il concetto di Heimat, di patria, attraverso il cinema?

– Ha, secondo me, un grandissimo valore: come sai, il concetto racchiuso nella parola Heimat – la patria –  oltrepassa nella lingua tedesca il significato che noi comunemente gli attribuiamo, di luogo di nascita; Heimat può significare anche una patria ideale a cui tendiamo, che desideriamo costruire o raggiungere, ad esempio attraverso l’arte, come accade al compositore Hermann Simon (Henry Arnold) in “Heimat 2”. Lo stesso Reitz, nel corso dell’intervista che si può leggere nel libro, riconosce che il concetto di ‘patria’ è stato travisato e strumentalizzato dai movimenti nazionalisti più estremi, sia in Germania che nel resto d’Europa: in questo modo, anziché ampliare i confini tra i diversi popoli, ci si è rinchiusi entro un sentimento di identità nazionale molto ristretto. Il regista sottolinea: «…ritengo che la parola Heimat non debba venire strumentalizzata dai nazionalisti: si tratta di un concetto che non può essere politicizzato. Questo è ciò che io spero». Il cinema, sia di Reitz, che di altri autori, può esprimere appieno questa affermazione, contribuendo a risvegliare le coscienze.                 

– Il tuo è un saggio a molte voci: quali contributi critici possiamo trovarvi, oltre al tuo?

– Oltre alla mia ‘voce’, nel libro troviamo, attraverso una serie di interviste, le voci degli artisti che incarnano l’essenza stessa del cinema tedesco che cerco di raccontare: Edgar Reitz, la moglie e musa ispiratrice Salome Kammer, l’attrice Marita Breuer (che – insieme alla Clarissa della Kammer – ha prestato il proprio volto a una delle figure femminili di maggior rilievo di “Heimat”, Maria, la decana della famiglia Simon), il musicista e direttore d’orchestra Henry Arnold. Tutti anche straordinari interpreti della saga che li ha impegnati sul set per oltre trent’anni, in un indissolubile intreccio arte-vita. E poi nel libro possiamo trovare le voci dei saggisti che hanno contribuito ad approfondire alcuni aspetti del racconto di “Heimat”, sia dal punto di vista filosofico (Michele Maranzana, già docente di filosofia e dirigente scolastico) che narrativo ed estetico (Sergio Arecco, critico cinematografico e traduttore), oltre che propriamente cinematografico (Cristina Jandelli, docente di storia del cinema all’Università di Firenze ed esperta di fenomeni divistici).                   

– Sono già in programma delle presentazioni pubbliche del tuo lavoro?

– Martedì 29 giugno, alle 18, in diretta sulla pagina FB dell’Associazione Museo Nazionale del Cinema di Torino, nell’ambito della rassegna Parole&Cinema presenterò il mio libro insieme a Henry Arnold e al critico cinematografico Edoardo Peretti; mentre giovedì 1 luglio, alle 21, presso la Sala conferenze del Museo Etnografico della Gambarina ad Alessandria, dialogherò sul libro in compagnia di Sergio Arecco, Michele Maranzana e – in collegamento telefonico – Henry Arnold. Per il secondo appuntamento è necessario prenotare per tempo al n. 340-9418376, perché i posti a sedere sono limitati a causa della necessità di distanziamento.          

– Se dovessi consigliare il tuo libro agli eventuali lettori, che cosa diresti?

– Direi che l’opera cinematografica di Edgar Reitz, specie quella espressa nel ciclo di “Heimat” va ben oltre il cinema stesso, come io stessa ho scoperto strada facendo: si inoltra nei territori della storia europea e mondiale contemporanea, della filosofia, dell’epica e del mito, della grande tradizione narrativa europea del tardo 800’ e dei primi del 900’. Per questo, penso che ciò che viene raccontato nel mio libro possa interessare anche chi non è propriamente un appassionato del cinema e del suo linguaggio. “Heimat”, come tutte le ‘opere-mondo’ mette in scena attraverso le immagini la vita nel suo scorrere e l’uomo al suo centro.