Lo sgravio è un alleggerimento. Si parla tanto di sgravio fiscale. Ma in queste poche righe tratterò dello sgravio come di un esonero dai doveri della vita quotidiana, come un venir meno delle responsabilità. Lo sgravio per me, ora che non lo metto più in pratica, è stato una sorta di entità filosofica, addirittura una piccola filosofia di vita, che mi faceva divergere e tollerare la quotidianità. Da un lato c’era la vita normale, quella di tutti i giorni. Dall’altro c’era lo sgravio, il puro divertimento, spesso fine a sé stesso, l’avventura tout court. Ebbene volevo compiere ogni tanto qualche sgravio. Oppure la potrei chiamare evasione, fuga illusoria. Ma forse sarebbe troppo scontato, riduttivo e non renderebbe bene il significato di ciò che voglio intendere veramente. Ci sono troppi oneri e troppe regole nel lavoro, nella società, nella vita quotidiana. Quando nessuno ce le impone siamo noi a crearle. Forse la cosa più rassicurante è l’abitudine delle abitudini, la regola di darsi delle regole. Invece è bello ogni tanto essere liberi. La libertà di pensiero è quasi impossibile, è faticosa, impegnativa, richiede sacrificio. Invece la libertà di azione, soprattutto la libertà di movimento oggi è quasi alla portata di tutti nella società occidentale. Fare la prima cosa che ti passa per la testa. Un giorno decidere di prendere un treno e partire. Sembra apparentemente la manifestazione di una libertà quasi sconfinata, ma per alcuni questo rompere gli schemi potrebbe essere considerato sintomo di follia. Ma io davo all’errare, al peregrinare, al vagare una accezione positiva. Non era forse un arricchimento esperienziale? Decidere sul momento dove andare, improvvisare completamente! Non era forse segno di apertura mentale? Così alcune volte mi sono arreso agli imprevisti. Ho deviato dalla solita strada maestra, ho deragliato dai binari. Mi sono incamminato per sentieri mai battuti. Si trattava sempre di sgravi a breve percorrenza. La distanza era scarsa, come per contenere i costi e i danni. Una volta ero in treno in Veneto e mi sono chiesto chi sarei stato se fossi nato in quel paese dove proprio in quel momento fermava il treno. Era un paese come un altro, non rinomato né conosciuto dai più, ma io scesi di corsa dal treno e mi fermai a girovagare per le sue strade, per le sue piazze. Mi chiesi se c’era qualcosa che mi poteva trattenere lì. Mi chiesi se forse ci avessi vissuto in una vita precedente. Mi chiesi se c’era qualcosa di quel posto che poteva toccare le mie corde. Cercai dentro di me, ma avevo solo impressioni vaghe. Avevo comunque soddisfatto la mia curiosità. Avevo studiato un poco la gente e la vita di quel posto. Potevo ripartire contento. Non rividi più quel posto. Non mi ci fermai più. Una altra volta decisi all’ultimo momento di prendere un treno per Roma da solo. Una volta arrivato lì percorsi mezzo chilometro e mi fermai a mangiare ad una trattoria. Mi incamminai subito dopo alla stazione per riprendere il treno. Avevo delle cose da fare a casa e non potevo fermarmi di più a Roma. Mi accontentati di un pranzo, di una toccata e fuga. Ma ci furono anche altre due esperienze negative, che mi hanno fatto desistere dal continuare tale pratica. Inoltre lo sgravio se compiuto ripetutamente sarebbe diventato anche esso una abitudine e il mio intento era quello opposto di rompere la monotonia delle abitudini. Una volta sono andato senza pensarci troppo, diciamo all’improvviso, a Ferrara e lì ho perso il portafoglio. Dentro c’era la carta di identità. C’erano i soldi. Fortunatamente avevo pochi spiccioli in una tasca e il biglietto di ritorno nell’altra. Me la cavai a buon mercato. I soldi li persi. Ma la carta di identità venne rispedita al mittente. Qualche giorno dopo mi chiamarono i carabinieri per ritirarla. Avevano preso i soldi coloro che avevano ritrovato il portafoglio. La carta di identità ancora non interessava i criminali. Il furto di identità era ancora poco diffuso. Lo sgravio è pura anarchia. Ma è molto pericoloso. Bisogna assumersi molti rischi. Nessuno sa quando va in mare aperto se ci sarà tempesta. Le previsioni del meteo non sono accurate al 100% e poi quando uno si abbandona allo sgravio si abbandona al caso. Lo sgravio è non calcolare le incognite, abbandonarsi completamente al caso. Qualcuno dirà che anche questa è pur sempre una evasione piccolo-borghese, che è una evasione ovattata perché non vissuta in situazioni estreme. Qualcuno dirà che lo sgravio è il volo goffo di un pollo in una gabbia, che ignora totalmente che sarà cucinato. Ma io mi accontentavo di questa parvenza di libertà. Smisi gli sgravi perché non mi piacevano gli scarabocchi, i ghirigori del caso. Praticare lo sgravio significava essere preda dell’aleatorio, significava essere in balia degli eventi. Infine vi racconto l’ultimo sgravio, il peggiore che ho vissuto. È stato un vero trauma psicologico. Sono andato un giorno a Bologna. Mi sono recato a piedi in un pub del centro. Ho percorso la strada sotto i portici. Sono passato da via Indipendenza. Mi gustavo la bellezza della città, dei suoi negozi, della sua vitalità. Ero ancora uno studente. Una volta nel pub mi sono messo a parlare col titolare, quindi con due ragazze, infine con tre ragazzi strani. Mi hanno detto che erano dei buttafuori delle discoteche. Mi hanno offerto da bere. A conversazione già iniziata mi hanno detto che erano di estrema destra. Poi non mi ricordo più niente. Ho un vuoto di memoria. Mi sono svegliato seduto davanti ad un chiosco vicino alla circonvallazione a due km dal pub del centro. Ero stordito. Ho chiesto informazioni. Ho detto che non mi ricordavo più quello che mi era successo recentemente. Ho guardato l’orologio e ho preso coscienza che c’era un buco di tre ore nella mia vita. Era notte fonda. I soldi e i miei documenti erano ancora nel mio portafoglio. Avevo le  sigarette e l’accendino. Un immigrato mi ha detto che era da un’ora che ero lì seduto a dormire. Nessuno aveva notato niente di particolare. Cosa era successo? La titolare del chiosco mi ha riferito che due ore prima poco distante da lì, ad un km in linea d’aria, avevano accoltellato un uomo di colore. Subito ho pensato che potevano avermi drogato, avermi messo una sostanza stupefacente in una birra e poi avermi costretto ad accoltellare quella persona. Sarebbe stato un divertimento macabro e criminale per quei ragazzi. Ma perché avevo quei pensieri così tristi, quel presagio così negativo, quasi funereo? Perché pensavo che erano così malvagi quei ragazzi? Non ero forse vittima di pregiudizi? In fondo conoscevo il loro orientamento politico ma non li conoscevo approfonditamente. Non tutti i razzisti si comportano da razzisti. E poi perché mi avrebbero dovuto drogare e costringermi ad accoltellare qualcuno? Le mie erano solo ipotesi, congetture, fantasie astruse, teorie campate in aria. La realtà era diversa. È vero che a quei tempi non c’erano le telecamere come adesso in ogni angolo, ma qualche testimone ci sarebbe stato. Non poteva essere un accoltellamento perfetto. Gli ho chiesto le condizioni in cui versava la vittima. Un’altra persona mi ha detto che era solo ferita, che se la sarebbe cavata, che non era in pericolo di vita. Ho saputo che la vittima era un piccolo spacciatore. Non poteva essere più probabile che si trattasse di un regolamento di conti, di una guerra tra bande per contendersi il mercato della droga? Ho mangiato una piadina. Ho bevuto una bottiglietta di mezzo litro di acqua. Mi sono chiesto se fossi stato responsabile di quell’atto criminale, se drogato ed indotto a compiere quel gesto. Forse non ero responsabile. Forse i veri responsabili erano quei ragazzi. Non ero certo di niente. Non sapevo cosa fare, come sbrogliare la matassa. Forse addirittura era meglio non sapere. Avevo come un peso sulla coscienza. Sicuramente ero responsabile di tutti quegli sgravi. Ero giovane, incosciente, ma ogni sgravio era uno sbaglio, una macchia sulla coscienza. Eppure in quegli anni volevo ammazzare la noia. Per un anno ho come rimosso questo episodio. Ho vissuto come se nulla fosse successo. Poi una sera mi sono deciso di punto in bianco di ritornare al solito pub del centro a Bologna. Una volta entrato ho chiesto informazioni su quei tipi. Li ho descritti accuratamente, ma non c’è stato niente da fare. Nessuno ha saputo dirmi niente di utile. Forse anche quei ragazzi non erano dei clienti abituali. Forse anche loro a loro modo quella sera che li avevo incontrati avevano vissuto uno sgravio. Ad un certo punto alla fine della serata un ragazzo mi ha detto: “È poi così importante sapere come è andata quella serata? Qualsiasi cosa sia successa tu hai solo delle colpe minime. Non pensarci più. Guarda a cosa è più conveniente. Non tormentarti più. Ciò che è stato, è stato. Essere uomini talvolta significa non cercare risposte o accontentarsi di risposte scontate ed usuali”. Forse aveva ragione. Forse era la presa di posizione, l’atteggiamento più saggio da utilizzare. Ho di nuovo continuato a vivere senza pensare a quel buco di tre ore nella memoria.