Il ragazzo non era di campagna, come il celebre film con Pozzetto. Ma era un ragazzo di provincia o meglio ancora di periferia della provincia. Aveva visto fino ad allora solo due vip: Antonello Venditti a un concerto a San Vincenzo e Francesco Guccini a un concerto a Firenze. Ma li aveva intravisti da lontano più che visti. Non aveva avuto alcun contatto. Perciò era molto curioso ed entusiasta all’idea di vedere da vicino Jannacci, che tra l’altro stimava e di cui aveva due album a casa. Qualcuno diceva che Jannacci non piaceva ai giovani. Ma erano tutte malignità. Qualche altro si lamentava del fatto che avesse una bella Volvo. Ma alcuni non erano mai contenti. Jannacci operava in ospedale ed era un famoso cantautore sulla breccia da decenni. I suoi soldi insomma se li era meritati. Però queste piccole cattiverie alcuni le dicevano  sottovoce, le mormoravano,  non avevano il coraggio di prendere la parola, esternandole pubblicamente perché sarebbero stati subissati dai fischi, dagli insulti. Il cantautore pugliese trapiantato a Milano avrebbe fatto da cassa di risonanza. Questo era sicuro. Jannacci non aveva alcun interesse a cavalcare la protesta. Non era questo che voleva. Non era lui che cercava pubblicità. Erano gli studenti a cercare pubblicità. Jannacci si mise al centro dell’atrio. Il ragazzo lo guardò per constatare se era più alto di quello che sembrava in televisione. Poi Jannacci fece un discorso e disse che la protesta studentesca doveva essere conosciuta dal grande pubblico. Disse che avrebbe cercato di contattare Maurizio Costanzo. Il cantautore era visibilmente stanco perché aveva appena fatto un concerto quella sera. Il giovinastro notò che parlava in modo più ponderato e meno veloce di quando era in televisione. Il ragazzo  si avvicinò alla celebrità e gli chiese di cantare “El portava i scarp del tennis”, “Veronica”, “La fine di una storia”, “I poveri cantautori”.  Ma Jannacci prese la chitarra e cantò “Ho visto un re”, che si addiceva giustamente di più alla serata. Quindi si congedò definitivamente. Jannacci si definiva un poetastro ma era un poeta autentico. Era più poeta di tanti altri poeti laureati. Ma non si considerava tale. Manteneva un profilo basso. Il ragazzo trovava che le sue canzoni fossero ermetiche talvolta, sintetiche, mai prolisse, mai con una parola fuori posto o di troppo. Erano canzoni sapientemente dosate. Anche questo era dimostrazione di talento, anche questa giusta calibratura degli elementi, degli ingredienti con cui faceva le canzoni. Al ragazzo poi piaceva Jannacci perché non era mai troppo presenzialista; sapeva stare al suo posto nel mondo dello spettacolo senza mai chiedere troppo e senza mai fare la primadonna. Quella fu comunque l’ultima volta che il ragazzo vide Jannacci. La serata finì con un giornalista sulla cinquantina di un quotidiano locale che voleva una canna e voleva fare sesso nel bagno con una studentessa. Per la prima cosa fu accontentato. Per la seconda non ci fu verso, visto che le studentesse presenti lo consideravano un arrivista prepotente e cialtrone. Era un piccolo mondo quello studentesco, addirittura un microcosmo completamente avulso dalla realtà dominante, fatta di apparenza e status symbol,  già da allora pianificata dal berlusconismo. Era un piccolo mondo a parte dove contava l’essenza, l’impegno politico, la riflessione e non ultima la cosiddetta gioia di vivere. L’aspetto fisico contava poco o nulla, mentre oggi in ogni mondo giovanile è predominante. C’erano certi personaggi sghembi e poco piacenti o quantomeno poco appariscenti che cuccavano molto perché sapevano di cultura, di politica o perché sapevano suonare la chitarra. Altri tempi insomma! Il ragazzo non aveva difetti fisici molto evidenti. Non era particolarmente bello né particolarmente brutto; poteva perciò essere considerato un bruttino interessante. Il suo punto di forza era il viso. Il fisico lasciava a desiderare,  essendo magrolino e un poco gobbo. Di profilo non era granché, visto che aveva un naso troppo pronunciato e da piccolo non gli avevano messo l’apparecchio ai denti per sistemargli l’arcata dentale. Il ragazzo era sempre più impegnato politicamente.  Una volta aveva rischiato grosso. Aveva saputo che quella sera avrebbero potuto perquisire la palazzina abitata dagli autonomi. Perciò per solidarietà era andato anche lui a dormire in quella palazzina. Aveva dormito nella stanza di un autonomo, figlio di un avvocato pisano e studente di scienze politiche, che piaceva molto alle ragazze. Aveva preso più volte la parola alle assemblee e aveva incantato per la sua parlantina. Una volta aveva notato che era accanto a lui alla macchinetta del caffè in facoltà.  Il ragazzo aveva citato al suo interlocutore occasionale  “La fattoria degli animali” di Orwell.  L’autonomo era lì che ascoltava, facendo finta di niente. Quella notte aveva dato un’occhiata alla scrivania di quell’autonomo prima di addormentarsi e aveva visto che stava leggendo proprio quel libro. Ma l’influenza era reciproca. Ognuno stimolava gli altri culturalmente. Spesso si consigliavano libri. Ne discutevano. Il ragazzo volle pensare che in quel caso aveva minimamente influenzato l’autonomo di tre anni più grande di lui e culturalmente più attrezzato.  Quella notte a ogni modo dormì profondamente e nessun poliziotto lo svegliò. Anche quella volta aveva osato e gli era andata bene. Una volta aveva parlato con un altro autonomo e si era lamentato della sinistra toscana,  così noiosa e burocratica, così seriosa e istituzionale. L’autonomo senza prendersela più di tanto gli rispose che per trovare persone veramente battagliere bisognava andare dove la lotta infuriava, mentre in Toscana la sinistra aveva gioco facile e viveva di rendita di posizione, con la grande eredità della tradizione del partito comunista fondato a Livorno. Insomma in Toscana vincere era facile, ma la vera guerra era nel Veneto caratterizzato dall’industrializzazione selvaggia, dal benessere spaventoso di quegli ultimi decenni. Il ragazzo andava anche qualche volta in moto con Luca Casarini.  Anni dopo Casarini sarebbe stato un leader delle tute bianche a Genova,  mentre il ragazzo sarebbe stato distante da tutto quel caos, essendo in preda a una crisi, a un esaurimento nervoso, da cui si sarebbe comunque ripreso. Ritornando a quei giorni, quando finì l’occupazione il ragazzo si recò alla stazione ferroviaria a vedere l’orario dei treni insieme a un ragazzo conosciuto in facoltà.  Era uno studente lavoratore di qualche anno più grande. Era stato due anni in Inghilterra a lavorare come cameriere. Gli aveva raccontato delle tante avventure vissute con le straniere. Gli aveva raccontato del razzismo degli inglesi nei confronti degli italiani.  Avevano fraternizzato. Si fidava di lui. Così gli chiese un favore. Gli chiese di fargli il biglietto. Gli lasciò il portafogli. Gli disse che sarebbe andato a casa per qualche minuto per fare la valigia. Il suo domicilio non era così distante. Ma quando ritornò alla stazione del suo amico non c’era traccia. Gli aveva rubato il portafoglio.  Non lo avrebbe più rivisto. Non si sarebbe più fatto vedere nel movimento studentesco. Lo aveva fregato, ma il ragazzo si era fidato troppo. Era stato un allocco.  D’altronde era molto giovane e ingenuo. Ritornò a casa. Aveva l’influenza. I suoi coinquilini e tutti gli altri studenti del condominio erano tutti andati a casa per le vacanze di Natale. Lui telefonò a casa. Non trovò i suoi genitori, che vennero contattati dai nonni e raccontarono loro l’accaduto o  sarebbe meglio dire la disavventura. I suoi genitori di ritorno dalla fiera del mobile di Milano lo vennero a prendere alla stazione. Una volta a casa passò alcuni giorni con la febbre a quarantuno,  ma era contento perché pensava all’occupazione e svagellava,  delirava.  Suo padre lo fece dormire con lui. Quando arrivò il medico disse che aveva fumato troppe sigarette. I suoi genitori rimasero sbalorditi perché lui fino ad allora non fumava. Aveva preso quel vizio all’occupazione.  Il ragazzo si rimise in salute e oggi è diventato uomo. Jannacci è morto da tempo. Ogni tanto il ragazzo, ormai uomo  maturo, prende il tablet  e ascolta le sue canzoni, ricordando quella sera, quei giorni. A volte pensa che nella vita ci si incontra per chissà quale motivo,   talvolta senza alcun motivo e poi non ci si vede più. È anche in tutto ciò che risiede e alberga l’assurdità della vita.