Il problema non è che  mancano i medici in Italia perché ci sono i test d’ingresso e il numero chiuso nella facoltà di medicina. Secondo gli esperti il problema maggiore è dovuto al cosiddetto “imbuto formativo”, cioè all’insufficiente numero di borse di studio per laureati in medicina. Le questioni casomai sono altre: quando lo Stato deve fare una selezione? Non sarebbe  meglio se la scrematura avvenisse esclusivamente in  base al vero merito e all’impegno, ovvero in base al profitto degli studenti? Non  è discriminatorio il numero chiuso? Non è contro il diritto allo studio?  Certamente il diritto di essere curati da medici capaci e competenti è sacrosanto e imprescindibile (e viene prima del diritto allo studio), ma siamo davvero sicuri che quei test d’ingresso verifichino oggettivamente le capacità e il talento dei candidati?

Siamo tutti d’accordo che la selezione deve esserci, ma non è che ancora una volta ci facciamo abbindolare dalla presunta scienza dei quiz e dei test, come se potesse essere verità assoluta e dare responso certo e definitivo su un giovane, che voglia intraprendere lo studio della medicina? Siamo veramente sicuri che quei test d’ingresso siano il modo migliore per selezionare i migliori? Ne siamo veramente certi? Da dove nasce questa fiducia smisurata nei test? Senza ombra di dubbio sono il metodo più economico, più sbrigativo, più democratico (apparentemente perché mette tutti nella stessa condizione). Un tempo i test li chiamavano reattivi carta e matita. Ma siamo sicuri che sia il migliore, quello che cioè ci dice la verità sulle capacità e la preparazione di quei candidati? Alcuni studiosi potrebbero snocciolare una gran mole di dati sulla predittività dei test di ammissione e su correlazioni significative tra resa dei test d’ingresso e profitto universitario.

Però c’è il rischio tangibile della profezia che si autoavvera a cui potrebbero essere soggetti i professori: visto che gli studenti sono stati ritenuti migliori con i test  allora li potrebbero considerare tali a priori, valutando meno severamente i loro studi. E ancora perché affidare gran parte della selezione ai test quando questo compito potrebbero svolgerlo i professori? Alcuni potranno rispondere in questo modo: allo stato attuale delle conoscenze i test e i quiz sono il modo migliore per selezionare i candidati. Ma anche se fosse cosa dire del costo proibitivo per la preparazione a quei test di ammissione? E ancora mi chiedo se è meglio avere dei laureati in medicina disoccupati oppure la mancanza di medici in periodi di crisi, di emergenza, come durante la pandemia?

Così come mi chiedo se lo Stato contempla adeguatamente il numero di medici, formati in Italia, che vanno a lavorare all’estero, e il numero di medici italiani, formati a Tirana o nei Paesi dell’Est, che vengono a lavorare in Italia? Certamente qualcuno potrebbe ritenere sensatamente che la facoltà di medicina metta alla prova i candidati esattamente come qualsiasi scuola di eccellenza italiana. Però la selezione non deve diventare troppo esclusiva perché altrimenti ci sarebbe davvero la carenza di medici italiani.

Non è  che alla base di tutto domina incontrastata la diffusissima sottocultura dei quiz e dei test, il cui primo postulato è che in base a queste prove si può individuare gli intelligenti ed escludere quelli non validi? Siamo veramente sicuri che vengano scelti i migliori ed esclusi i peggiori?  Il problema a riguardo è che questa fiducia nei test si perpetua perché coloro che diventano professori avendo superato un test di ammissione da studenti ritengono che questo sistema sia giusto ed esatto. Ma non è tutto ciò una convinzione fondata su una percezione errata, dato che la cosiddetta scienza dei test e dei quiz ha dei limiti metodologici evidenti e noti a chi abbia masticato un poco di psicologia delle differenze individuali?