Alessandria, post pubblicato a cura di Pier Carlo Lava 

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AMAI

Amai trite parole che non uno

osava. M’incantò la rima fiore

amore,

la più antica difficile del mondo.

Amai la verità che giace al fondo,

quasi un sogno obliato, che il dolore

riscopre amica. Con paura il cuore

le si accosta, che più non l’abbandona.

Amo te che mi ascolti e la mia buona

carta lasciata al fine del mio gioco.

UMBERTO SABA, 1946

Due quartine e un distico di endecasillabi, escluso il 3° verso della prima strofa, ternario; rime: ABbC CDDE ED.

Questa lirica, che fa parte della raccolta “Mediterranee”, è una dichiarazione di poetica e di morale letteraria (Pietro Bonfiglioli): Saba rivendica la propria diversità da D’Annunzio e dagli ermetici, e si dichiara legato alla tradizione; è pure il bilancio della propria attività di poeta, ormai giunta al termine. La parola chiave, il verbo al passato remoto ‘amai’, ricorre quattro volte.

Parafrasi. ‘trite’: consumate dall’uso; ‘la rima fiore/amore, la più antica difficile’: perché bisogna darle un significato nuovo; ‘giace al fondo’: nell’inconscio; ‘il cuore più non l’abbandona’: perché utile; ‘te’: il lettore, e la moglie amata; ‘buona carta’: quella vincente giocando carte; ‘al fine’: alla fine della sua poesia.

La prima parte di questa poesia è incentrata sugli aspetti formali della ricerca, la seconda sui contenuti che Saba predilige, la terza ne spiega il senso. ‘La verità che giace al fondo’ si trova nel fondo della coscienza come un sogno dimenticato, e la poesia agisce come uno scandaglio, per rintracciarla e portarla in superficie (Rosanna Saccani).