Oltre la scala e oltre il buio, di Devadatta Sk! Valmiki

Oltre

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La traccia di questa lettura è: Kasabian – ID 

Sgocciola sulle nostre teste, la pioggia, cascando dalle rampe più alte, mentre scendiamo.

Dapprima è buio e un leggero mistero, mentre scendiamo un passo alla volta, saggiando i gradini con i piedi. La luce è appena sopra di noi, ma già non la si vede. I sensi si concentrano per l’esplorazione. Sarebbe silenzio, forse qualche automobile in lontananza, o le voci di quanti ci sarebbero stati attorno, non fosse che abbiamo deciso di sparire e andare soli.

Eppure i nostri bisbigli, e si vedrà anche dopo, nelle nostre notti sugli asfalti, diventano spesso risa. Sembriamo dei cretini, fermandoci, passo dopo passo, a intimidire il mistero con le risate dei bambini, idiotici ma davvero felici.

Così il buio si sfilaccia e si lascia vagare da noi, che non abbiamo alcuna voglia di fermarci. Tiri giù le maniglie delle porte, finchè non ne troviamo una aperta, e dentro, fra biblioteche svuotate, enormi librerie di scaffali impolverati e banchi di scuola smontati e accatastati.

Il quieto sgocciolare della pioggia, il fioco giallume di una lampadina qui, o del sole che penetra di là. Tiro fuori la torcia, in caso di topi, ma non ne incontreremo. Questo posto è ormai un enorme magazzino di abbandono, e noi procediamo, ogni tanto ti sfioro, perchè ho voglia di sentirti sotto le dita, e mi piace il tuo volto incuriosito, mentre ti guardi attorno stupita. In fondo, questo posto è sempre stato sotto ai nostri piedi, bastava trovare la strada giusta per raggiungerlo. Bastava che ci incontrassimo, casualmente, di nuovo, per esplorare i sentieri meno popolari.

Adesso che ci penso, l’idea di scendere è stata tua. Io ti avevo portata su, non in cima quanto più si potesse, perchè sarebbe stato chiederti troppo, forse, ma abbastanza da godersi una mela, mangiandosi il panorama dei tetti.

Forse l’hai solo buttata lì, che ti ispira la rampa che scende, magari nemmeno pensavi ti prendessi sul serio. A volte ho l’impressione di essere messo alla prova, mentre cerchi di capire dove io posizioni i miei limiti. Il tuo labbro superiore si pronuncia e i tuoi occhi mi scrutano con domanda. Sei curiosa, di me, di vedere fino a dove mi spingo, e se posso dare vita al tuo desiderio di andare oltre, dandoti la possibilità di accompagnarmi, mentre mi inoltro in luoghi che non conosco. Per me diventa un appiglio aggiuntivo, per salire – scendere, talvolta – e non essere nulla meno di quanto ti aspetti. Non lo trovo pressante, ma incoraggiante. Mi piace l’idea di averti accanto mentre faccio strada lungo un percorso che non conosco. Mi sento molto poco solo adesso, mentre, come due gatti, ce ne andiamo per cornicioni o foreste. Dunque eccoci qui, ad esplorare i bagni abbandonati di questo piano, i libri accatastati – qualcuno di questi verrà a casa con me -, i graffiti sui muri, alcuni dei quali ci tratterranno diversi minuti, chiedendo di essere letti, decifrati, adocchiati ancora una volta dopo quelle che paiono più di due dozzine di mesi. I nostri passi sono soffici , che non vogliamo farci scoprire a bazzicare questi posti interdetti, siccome c’è ancora molto da vedere. Resta che, sia per l’incognito o per il quotidiano, i tuoi passi restano felini mentre, nel mio quotidiano, ogni mio passo pesto e pulso sulle pelli.

Giunge infine il pianoforte. A muro, sgangherato e profondamente silenzioso. Io mi limito a scarabocchiare nella sua polvere ma, le tue dita, la cui grazia è pari solo a quella delle tue parole, lo schiudono, lo suonano, flebilmente, per non farsi scoprire, ma piene di tatto. E, quando ce ne andiamo, vorresti portarlo via con te, per salvarlo dalla sua solitudine.