pellegriniDi Fabrizio Centofanti

L’uomo si giudica dal rapporto con Dio.

Lo abbiamo detto spesso: la preghiera in silenzio, davanti al Volto di Cristo, e così via.
Bisogna aggiungere che sotto questo aspetto la varietà è infinita. Il Santuario è un buon osservatorio: c’è un via vai continuo di persone, ognuna col suo modo di arrivare, pregare e tornarsene a casa.

Il tema è intrigante anche per l’ateo, per l’interesse genuino che tutti nutriamo verso i nostri simili: siamo curiosi di vedere come il passeggero si siederà nel treno, cosa farà, se estrarrà dal bagaglio una copia del Corriere della Sera, del Mein Kampf o il calendario di Suor Paola.

Il livello elementare è il pellegrino cosiddetto automatico: viene qui per senso del dovere, trascinato dalla moglie, per esempio. I gesti che compie – un segno di croce, qualche parola biascicata con le labbra – non sono collegati al sentimento, che vaga per lidi più o meno compatibili. Se poi entra una bella ragazza, il gioco è fatto: Dio lo perdoni, ma anche l’occhio vuole la sua parte.

All’estremo opposto abbiamo i mistici: oranti che s’inginocchiano e sprofondano in un rapimento estatico, da cui neanche un militante dell’Isis potrebbe mai strapparli.

A volte mi chiedo come valuti il Signore questo quadro.

Dell’amore non si butta niente, cantava De Gregori: perfino quel saluto fugace, quel bacio lanciato a metà strada tra l‘icona e la donna può avere una valenza salvifica, nel cuore sensibile di Dio.

https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2017/11/19/pellegrini/