Il Sessantotto tra Dioniso, Antigone e Che Guevara, di Patrizia Nosengo

Il Sessantotto tra Dioniso, Antigone e Che Guevara, di Patrizia Nosengo

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http://www.cittafutura.al.it/ Alessandria

Rammentava Eric Hobsbawm che “non si può raccontare l’età della propria vita allo stesso modo in cui si può (e si deve) scrivere la storia dei periodi conosciuti solo dall’esterno […], attraverso le fonti dell’epoca o le opere degli storici successivi”.

Tale postulato tanto più vale allorché il tempo che si narra coincide con quello rimpianto  e idealizzato della giovinezza perduta e dei giovanili entusiasmi e coinvolgimenti emotivi, come dimostra la sterminata letteratura sul Sessantotto, in larghissima parte stilata dai protagonisti di quella stagione, una letteratura in cui troppo spesso la mitografia sostituisce la ricerca critica e la memoria rimpiazza la Storia.

Se si esclude tutta la memorialistica – in genere encomiastica e nostalgica -, dei numerosissimi volumi dedicati alla rivolta degli studenti restano le riflessioni coeve di intellettuali e politici della sinistra europea, inclini più alla ricerca di segnali di incipiente rivoluzione che a un’analisi algida e scientifica, alcuni studi sociologici e brevissime parti di ricostruzione degli eventi in volumi sul Novecento, mentre manca ancora un’indagine complessiva non ideologica, capace di identificare oltre la cronologia degli avvenimenti le radici politiche, filosofiche e culturali e i significati e le conseguenze complessive del Sessantotto nella Storia dell’Occidente contemporaneo.

In attesa, dunque, di una svolta storiografica analoga a quella che Claudio Pavone ha impresso alla storia della Resistenza, questo testo vuole configurarsi come un insieme di parzialissimi appunti sparsi e bozza embrionale di riflessione intorno a tali aspetti, dall’intento protrettico, più che descrittivo e senza alcuna pretesa di esaustività o di acutezza interpretativa, che certamente non gli appartengono.

Il primo esito cui approda un’analisi della letteratura sul Sessantotto è la persuasione che si sia trattato di un fenomeno magmatico e proteiforme, generato da radici fortemente eclettiche e dai molteplici, spesso reciprocamente contraddittori volti. Non soltanto, infatti, emergono differenze considerevoli tra le rivolte giovanili europee, asiatiche e americane e tra quelle dei diversi Paesi occidentali, ma all’interno di ognuno dei movimenti si mescolano e sovrappongono caratteri profondamente contraddittori, con sviluppi e approdi talora radicalmente divergenti, sia per i contesti socio-economici e politici differenti tra Est e Ovest e tra Occidente e Paesi del Terzo mondo, sia per la presenza di due distinte generazioni sociali che ne furono protagoniste – i giovani nati durante gli anni della Seconda guerra mondiale e quelli nati durante gli anni della ricostruzione post-bellica – sia, soprattutto, per il compenetrarsi di finalità e di orientamenti politici, culturali e psico-sociali eterogenei e discordanti. In sintesi, potremmo in effetti affermare che il Sessantotto è stato simultaneamente contraddistinto da tre dimensioni, derivanti da differenti tradizioni culturali e filosofiche e da differenti aspetti del contesto storico di quell’epoca: una dimensione ludico-esistenziale, una dimensione etico-spirituale e una dimensione politico-rivoluzionaria.

La dimensione ludico-esistenziale: il volto di Dioniso

Maggiormente evidente nel movimento studentesco francese e in quello statunitense, l’elemento ludico è stato assunto come componente preponderante del Sessantotto dai commentatori che intendevano sminuirne il carattere politico e sottolineare la radice sociologica di movimento nato dalla prima generazione occidentale privilegiata da un’educazione più permissiva e da un diffuso benessere materiale (e, di converso, è fortemente sminuito da chi offre del Sessantotto una lettura in termini di rivoluzione). Ma è certamente incontrovertibile il fatto che una delle principali peculiarità dell’esperienza della contestazione studentesca, quella che in modo più incisivo ha alimentato nella memoria dei protagonisti e in quella delle generazioni successive una vera e propria epica della rivolta, è stata la dimensione della festa, della gioia, della straordinaria eccitazione, della “prodigiosa vitalità”, del gioco-kermesse, della “esperienza emozionante e dalla potente carica simbolica e identitaria” dell’esaltante vivere collettivo, in cui  si dissolvono le solitudini adolescenziali e i limiti tra privato e politico e in  cui la contestazione del mondo adulto si colora di irrisione, in una sorta di psicodramma che si esprime nel mito dell’anticonformismo, nell’esplosione di una pretesa “creatività” e in stravaganze dell’abbigliamento, gusto della provocazione, ironie, irrisioni erudite, sarcasmi, motteggi, calembour inediti al limite della genialità e/o dell’arroganza e del delirio di onnipotenza infantili. L’esperienza, in breve, del dionisiaco, o, per usare il celeberrimo slogan del maggio francese, della “immaginazione al potere”, una sorta di insurrezione in larga misura edonistica e profondamente anti-autoritaria contro i vincoli del Super-io e della figura paterna, in nome della spontaneità, del superamento di repressioni e inibizioni e di una libertà anarcoide, priva di qualsivoglia vincolo o confine e peculiare di una adolescenza permanente, che non perviene mai – e anzi irride sarcasticamente – all’età adulta, ai suoi vincoli e alle sue responsabilità. In ultima analisi, si tratta dell’approdo a forme di narcisismo surreale e poetico, che non ambisce a mutare il mondo, bensì, in una inconsapevole ripresa del  pensiero agostiniano, cerca in interiore homine la verità profonda dell’individuo e la via e le ragioni del bisogno e del percorso di liberazione  e decondizionamento.

Non casualmente in quei mesi persino un severo e rigoroso militante comunista, certamente poco aduso alla giocosità, come Lucio Magri scriveva che il 13 maggio a Parigi erano avvenuti “la esplosione di una vita collettiva appassionante, umanamente esaltante, un moltiplicarsi della comunicazione, una liberazione di energie, un sentimento di emancipazione che doveva rendere irreversibile la maturazione di migliaia di giovani”; e sottolineava nella mobilitazione studentesca la ricerca della libertà e della felicità. Altrettanto emblematicamente uno dei principali protagonisti del Sessantotto italiano, Mario Capanna, ha intitolato il suo volume di memorie dedicato a quel periodo Formidabili quegli anni e, tra le righe della ricostruzione degli avvenimenti del 1967-68 e degli sviluppi successivi, vi ha profuso una profonda nostalgia per una stagione unica ed entusiasmante.

Questa dimensione esistenziale, che fonde aspirazioni adolescenziali e ribellistico-prerivoluzionarie, appare fortemente ambivalente, giacché da un lato, come giustamente sottolineano Flores e Gozzini, scaturisce da un impeto di promozione unicamente individualistica, privilegia le ragioni della libertà rispetto a quelle della giustizia e si configura come individualismo di massa del tutto organico al crescente consumismo delle società occidentali e come modernizzazione delle identità individuali, vale a dire come nuovo paradigma della soggettività, che frantuma gli equilibri e gli ordini tradizionali della  società; dall’altro, in virtù della forte aspirazione libertaria e della messa in discussione dei ruoli tradizionali e delle gerarchie familiari e sociali, genera una rivoluzione dei costumi e nuova coscienza di sé e avvia il percorso storico verso l’affermazione dei diritti civili dei malati psichiatrici, delle minoranze etniche, delle donne e degli omosessuali.

Un ulteriore elemento di ambiguità è costituito dalla rottura del principio di autorità e dalla carica anti-istituzionale, che certamente conducono il movimento a intuire con lucidità l’inadeguatezza e la arretratezza dell’università e della scuola nell’età dell’istruzione di massa, ma non operano distinzioni tra autoritarismo e autorità, disconoscono il valore delle istituzioni democratiche liberali e approdano a un forte anti-intellettualismo, al rifiuto di ogni gerarchia, compresa la gerarchia tra chi sa e chi deve apprendere, al culto della volontà, alla preminenza dell’azione rispetto alla riflessione, al giovanilismo. Osserva Rossana Rossanda a tale proposito che, a differenza di quanto avviene nel Sessantotto tedesco, nei controcorsi organizzati nelle università italiane, ben presto i libri sono accantonati a favore di riflessioni e descrizioni tutte univocamente circoscritte all’esperienza personale diretta; e rammenta che nei documenti del movimento emergono componenti di ingenuità e primitivismo, connesse alla scelta di privilegiare l’essere e il fare, rispetto all’analisi del reale.

Giovanilismo, antagonismo tra giovani e vecchi, edonismo dionisiaco, vitalismo, culto della volontà e della prassi, anti-intellettualismo e rifiuto della cultura “borghese”, concepita come banale e triste, ripiegamento sul vissuto, assemblearismo e, insieme, sospetto nei confronti della scienza, giudicata non neutrale, ma piegata al profitto e agli interessi del capitalismo sono tutti elementi che, da un lato, preludono alla deriva attuale dei populismi occidentali e, dall’altro, come in quei giorni lucidamente affermò  Jürgen Habermas e ripropose Rossana Rossanda, insinuano componenti di fascismo di sinistra, o rosso-brune che dir si voglia, nella contestazione sessantottina; circostanza che non sorprende, se si pensa che i riferimenti culturali, peraltro in larga misura inconsapevoli, di questa dimensione del Sessantotto (irrazionalismo, vitalismo bergsoniano, estetismo, antintellettualismo, antitradizionalismo, rifiuto rabbioso della quotidianità “borghese” materialistica e priva di ideali, tutta giocata tra il “lavoro in banca” e il “contare i denti ai francobolli”, controcultura come opposizione a ciò che oggi si suole definire mainstream, culto della volontà e dell’azione, futurismo, surrealismo, dadaismo, pop-art, nichilismo nietzscheano, attivismo soreliano, esistenzialismo) sono, parzialmente, comuni alla cultura della destra radicale.

Presupposti originali del Sessantotto sono invece le influenze della psicoanalisi di derivazione freudiana, in particolar modo Reich, dell’anti-psichiatria di Cooper e Laing, della letteratura, del teatro, della cinematografia (Antonioni, Bergman, Buñuel, la Nouvelle vague francese) novecentesche, con la denuncia che li contraddistingue dell’alienazione personale, dell’angoscia esistenziale, dell’ipocrisia delle relazioni umane, della solitudine e dell’incomunicabilità ritenuti peculiari del modo di vita borghese. Altrettanto centrale è stata l’influenza della musica folk, country, beat, rock, politica e cantautoriale, da Joan Baez a Bob Dylan, ai Provos, ai cantautori e cantanti italiani, come Francesco Guccini, Claudio Lolli, Ivan Della Mea, Fabrizio De André, Fausto Amodei e, ancora, i Cantacronache, i Gufi, Sergio Liberovici, Michele Straniero e così via, per quanto concerne il nostro Sessantotto.

Infine non possiamo dimenticare che la “rivoluzione simbolica”, dei costumi, del vissuto quotidiano e del linguaggio, che scaturì dalla componente ludico-esistenziale del Sessantotto, ha presentato, nelle sue conseguenze, l’intrecciarsi inscindibile di fattori fortemente progressivi, improntati a un nuovo umanesimo (la battaglia per i diritti civili, la nascita del femminismo degli anni Settanta, la lotta contro il razzismo e la colonizzazione, la nascita di organizzazioni umanitarie, come il Tribunale Russell, Medici senza frontiere, Amnesty International) e tendenze reazionarie (lo spontaneismo, il ritorno alla natura della cultura hippy, la fascinazione per l’Oriente e il buddhismo, il rifiuto della tecnica di vasta parte del movimento ecologista che affonda le radici nel Sessantotto).

La dimensione etico-spirituale: la ribellione di Antigone

Se è vero che la componente ludico-esistenziale del Sessantotto può essere dunque intesa come una “rivoluzione individualista” della generazione del Baby Boom, che pone con forza nelle proprie rappresentazioni e persegue con irremovibilità nel quotidiano l’istanza anti-autoritaria e anti-tradizionalistica di felicità, di autonomia e di libertà incondizionata e decondizionata, scevra di vincoli interiori ed esteriori, è tuttavia altrettanto evidente nelle fonti dell’epoca l’intreccio inscindibile – ancora una volta  peculiare del paradigma della socialità adolescenziale – tra aspirazioni libertarie e tensioni comunitarie, tra rivendicazione del benessere del singolo e ricerca di ciò che si pone oltre la dimensione solipsistica dell’individuo, tra ribellione vitalistica individuale e perseguimento di una forte e altruistica fraternità, all’interno di una volontà palingenetica di carattere utopico e spirituale, forse troppo insensibile alle ragioni del realismo e del gradualismo, perché protesa verso la realizzazione su scala planetaria della giustizia sociale e dell’uguaglianza.

La generazione del Sessantotto, dunque, ha indossato, insieme e accanto all’esplosione di gioia narcisistica e dionisiaca di cui abbiamo parlato, i panni di Antigone e ne ha mutuato convintamente la ribellione morale contro il potere costituito, in nome delle leggi della coscienza e di una solidarietà attiva e generosa nei confronti dell’altro da sé e soprattutto di chi, da quel potere e dagli egoismi sociali che a esso si alimentano, è destinato alla marginalità e alla esclusione dalla fruizione sostanziale dei diritti dell’uomo.

Come ha intuito ed espresso nel linguaggio della poesia Elsa Morante, vi è un volto morale, talora persino moralistico del movimento studentesco, che, attraverso la festa e il gioco, nell’irrisione irriverente e divertita del mondo degli adulti, pur tuttavia ambisce a ricostituire e rivivere la disponibilità eroica al sacrificio, la limpidezza morale, la coerenza delle scelte esistenziali che riconosce alla Resistenza e che attribuisce alla disperata, ma caparbia guerriglia dei Vietcong contro il gigante statunitense e, più in generale, alle lotte per l’indipendenza e la decolonizzazione dei Paesi poveri del Terzo Mondo.

Nascono da qui la critica sessantottina alla generazione resistenziale, accusata di aver smarrito gli ideali di quella stagione gloriosa; l’ostilità verso il mondo borghese, con i suoi riti e le sue propensioni, assunte dal movimento come forme di ipocrisia e di trista mediocrità (emblematica a tale riguardo la canzone di Claudio Lolli, “Borghesia”, permeata di disprezzo, dalle profonde sfumature moralistiche, per non dire tout court morali, verso il grigiore, l’avarizia, il perbenismo e i profondi condizionamenti di cui l’autore accusa la classe borghese); il rifiuto almeno verbale dei privilegi di cui ci si sente portatori; e l’ansia di redimersi. I figli della piccola e media borghesia occidentale, insomma, elaborano un profondo disgusto per il benessere loro garantito dal nascente consumismo e, secondo i meccanismi insiti nel senso di colpa che avvertono nei confronti dei poveri del mondo, condividono e introiettano il topos cristiano della colpa e dell’espiazione, trasponendo nel cosiddetto “sistema” la responsabilità ultima dei mali morali e materiali che mediante l’autocritica e l’analisi della società borghese individuano in loro stessi, nei loro rapporti familiari e, soprattutto, nelle strutture e nella logica del potere costituito. Si tratta peraltro di un senso di colpa duraturo e tenace, che l’oggi ha ereditato dal Sessantotto nei confronti dell’ “imperialismo” e del Sud del mondo e che ha invece in larga misura smarrito nei confronti degli emarginati delle società occidentali.

In ogni caso il paradigma della colpa e dell’espiazione costituisce una delle ragioni, accanto a quelle più peculiarmente politiche, che nel Sessantotto conducono numerosi giovani universitari di provenienza borghese a entrare nelle fabbriche e a condividere la vita degli “ultimi”. Ed è questo il senso dell’esperienza di Mauro Rostagno, protagonista della contestazione a Trento e, dopo la fine del “lungo Sessantotto italiano”, impegnato totalmente nel volontariato civile, a favore dei tossicodipendenti e contro le mafie, con quell’attivismo irremovibile e impavido che gli conosciamo e che gli costerà la vita. Né possiamo dimenticare, a questo proposito, la passione di Giovanni Jervis e del più noto Franco Basaglia nella cura degli ultimi tra gli emarginati, i malati psichiatrici; o il fatto che una delle icone di riferimento del Sessantotto etico-spirituale è stato don Lorenzo Milani, un figlio della borghesia benestante votato al servizio degli emarginati e impegnato in forme di concreto intervento a sostegno degli allievi espulsi da una scuola considerata classista e ingiustamente selettiva.

L’anelito etico a un mondo più giusto e a una fraternità universale peculiari del volto di Antigone del Sessantotto si risolve sia nell’attenzione venata di antielitismo e di antiautoritarismo alle classi meno abbienti e agli emarginati dell’Occidente, sia in un orientamento terzomondista, pervaso in larga misura da primitivismo e da generosa quanto ingenua fascinazione per i “dannati della Terra”, come recita il titolo dell’allora celeberrimo e celebratissimo libro di Frantz Fanon, fino al sostegno alle forme di lotta terroristica messe in atto nella guerra di indipendenza algerina e mitizzate dal film del 1966 di Gillo Pontecorvo, “La battaglia di Algeri”, che ebbe allora vasta eco e diffusa estimazione.

La rivolta etica di Antigone, la rabbia profondamente morale per le ingiustizie del potere costituito, l’istanza etica di maggiore giustizia sociale e di espiazione delle colpe storiche dell’Occidente nei Paesi del Sud del mondo, la tensione individuale verso la fraternità e l’incontro solidale con l’altro, attraverso terzomondismo e antimperialismo, si rovesciano dunque autocontraddittoriamente in forme di violenza, auspicate nella teoria  e perseguite nella pratica, con un dogmatismo feroce, che, mentre si alimenta agli imperativi di un nuovo umanesimo, adotta mezzi e metodi di segno opposto. Particolarmente emblematica a questo proposito l’immagine finale del film del 1971 del regista cileno Aldo Francia “Non basta più pregare”, film-cult in quegli anni, in cui, dopo aver lungamente frequentato famiglie alto-borghesi e partecipato all’organizzazione di iniziative caritatevoli di nessuna utilità, dinanzi all’estrema povertà delle periferie deprivate il sacerdote protagonista rinuncia a ogni mediazione o preghiera e lancia un sampietrino, simbolo della cogenza dell’uso della violenza fisica.

L’impegno etico-civile che emerge in molti aspetti del movimento studentesco (si pensi, ad esempio, agli “angeli del fango” dell’alluvione di Firenze del 1967), il rifiuto delle gerarchie sociali in nome del rispetto della persona a prescindere dalla sua collocazione all’interno dei rapporti di potere, il terzomondismo e la coscienza di essere partecipi, con il proprio agire, a un processo di emancipazione collettiva virtualmente planetaria certamente discendono da molteplici e discordi suggestioni: l’attività della Nomadelfia di don Zeno Saltini, la pedagogia maieutica di Danilo Dolci, il pacifismo di Aldo Capitini, il mito kennediano della “Nuova frontiera”, l’immagine di “papa buono”riferita a Giovanni XXIII, l’impegno di “Mani tese” per la giustizia, la testimonianza dei missionari comboniani attivi nelle zone più povere e disperate del pianeta, la lotta per i diritti civili degli Afroamericani di Martin Luther King, l’esempio dei preti operai. Ma certamente la più rilevante matrice del volto di Antigone del movimento studentesco è il Concilio Vaticano II che, a prescindere dagli intenti che lo ispirarono e dagli orientamenti tradizionalistici che lo animavano, diede impulso a un grande fermento di rinnovamento spirituale del mondo cattolico, con la nascita di numerose “comunità di base” – in cui era profondo l’influsso del personalismo cattolico e della dottrina sociale della Chiesa, insieme a un nuovo desiderio di vita comunitaria e di attivo perseguimento della giustizia, secondo il dettato evangelico originario – e l’apparire, nel luglio 1968 appunto, della “teologia della liberazione”, uno dei riferimenti principali del terzomondismo sessantottino e post-sessantottino.

Accanto all’influenza spirituale della Chiesa rinnovata certamente agiscono sulla dimensione etica del movimento studentesco la riscoperta dell’umanesimo socialista e del solidarismo anarchico ottocenteschi, il principio della fraternità della Rivoluzione Francese e numerose quanto confuse spinte ideali riferibili più al modello del populismo russo alla Kropotkin che all’umanesimo di scuola marxista.

La dimensione politico-rivoluzionaria: l’epopea prometeica di Che Guevara

In una delle canzoni che maggiormente hanno inciso sulla memoria collettiva del lungo Sessantotto italiano, “La locomotiva”, Francesco Guccini canta “gli eroi son tutti giovani e belli”; ed è certamente venato di estetismo e di titanismo romantico il vero e proprio culto che il Sessantotto ha tributato a Ernesto “Che” Guevara, icona dell’eroismo rivoluzionario e del sacrificio impavido e indifferente al bene privato in nome della giustizia e dell’uguaglianza, che più d’ogni altra ha impressionato la generazione della rivolta studentesca. Sono i topoi del cavaliere senza macchia e senza paura, della lotta impari di Davide contro Golia e della ribellione impotente di Prometeo a Zeus ad affascinare i giovani sessantottini, che vi riconoscono una sorta di tappe della via crucis con cui identificano il cammino biografico di Guevara, ma anche la Lunga marcia dei comunisti cinesi, la lotta per la decolonizzazione dei Paesi del Sud del mondo e la resistenza del Vietnam contro il ben più potente invasore americano. Ed è in fondo ancora una volta il paradigma della visionaria profezia prometeica di un futuro rovesciamento dei rapporti di potere (“Di oggi è il vostro dominio: illusi di vivere in torri sbarrate all’angoscia. Non sono già due i sovrani piombati dall’alto? […] Un lampo, e vedrò anche il terzo, quello che è ora monarca: più umiliato che mai”) ad alimentare, nella figura della morte del Che, la convinzione di una imminente e inarrestabile  vittoria della rivoluzione, all’interno di un orizzonte destinale su cui i giovani sessantottini, ma anche numerosi intellettuali di sinistra che assistono allo scoppio della protesta, non nutrono dubbi di sorta.

Il terzo volto del Sessantotto è dunque quello guevariano, della politica vissuta come destino esistenziale e senso autentico della vita e approcciata con l’estrema serietà e il grande rigore dei rivoluzionari di ogni tempo e di ogni luogo, assunti a modello virtuoso cui ispirare ogni propria scelta ed esperienza. La dimensione politico-rivoluzionaria del Sessantotto si sviluppa soprattutto in Germania e in Italia e, in forma minore, in Francia, sotto l’influenza degli avvenimenti internazionali degli anni immediatamente precedenti il 1968: la guerra del Vietnam, la guerriglia latino-americana, il guevarismo e l’esito tragico dell’avventura boliviana, l’enorme risonanza mediatica del processo a Eichmann che cancella la rimozione dei crimini nazisti avvenuta negli anni Cinquanta, la critica interna ed esterna al dispotismo e al burocratismo del Socialismo reale, l’emergere del maoismo come variante del marxismo nei Paesi del Terzo mondo, la Rivoluzione proletaria culturale cinese, l’emergere negli Stati Uniti del Black Panther Party.

In questo contesto, a mezzo tra fascinazioni mitologiche e analisi politiche, il movimento studentesco, dall’iniziale ribellione soggettiva ai condizionamenti sociali e alla repressione, che si esprimeva nella forma dell’antiautoritarismo, transita verso una lettura politica – che si proclama di matrice marxista – del potere, assunto come specifico potere del sistema capitalistico, cui è attribuita una funzione di reificazione, di mercificazione e di riduzione dell’uomo a individuo unidimensionale, secondo il quadro interpretativo marcusiano. Anche il terzomondismo è interpretato secondo il celebre modello leninista dell’Imperialismo quale fase suprema del capitalismo e diviene sostegno alla guerriglia e alle lotte per l’indipendenza dei popoli che vanno emancipandosi dal dominio occidentale. E’ in questa fase che la precedente fascinazione per l’America kennediana va rapidamente tramutandosi in ostilità conclamata verso tutto ciò che è yankee, compresi talora elementi e personaggi che pure appartengono alla controcultura d’oltreoceano.

Il marxismo dunque diviene orizzonte interpretativo di riferimento, ma sopra tutto e prima di tutto motore di mobilitazione permanente della massa studentesca. Si tratta, in realtà, di una chiave di lettura che non sa diventare lucida analisi dell’esistente e delle sue contraddizioni e che resta inscritta nell’ambito dell’agire tumultuoso e disorganico: il marxismo libertario cui si ispirano i sessantottini non sa porsi – lo richiamano giustamente numerosi intellettuali coevi, da Asor Rosa a Foa, a  Rossanda, a Magri e lo ribadiscono fortemente i politici dei partiti della sinistra italiana – il problema nodale delle forme di organizzazione e delle strategie necessarie a una rivoluzione, né accetta i tempi lunghi del processo rivoluzionario, cosicché il movimento, anche nelle sue frange politicizzate, resta paralizzato tra vuoti verbalismi, discorsi di mera denuncia e pratiche estemporanee, nella convinzione che il cambiamento sia immediato e totale. Non casualmente Rossana Rossanda vi riconosce tratti peculiari dell’anarco-sindacalismo, in cui emergono tentazioni irrazionalistiche e idealistiche, da hegeliane “anime belle” e resta irrisolta la questione del partito di classe e di una rivoluzione non spontanea, ma guidata da un’avanguardia rivoluzionaria organizzata; e Lucio Magri lamenta che la componente libertaria del maggio francese non è riuscita a integrarsi nel lavoro concreto di organizzazione ed è rimasta isolata, riducendosi a petizione di principio e divenendo “sempre più folklore, ricettacolo di improvvisazioni e bizzarrie e di improvvisazioni, sfogo individuale”.

E tuttavia, tra i politici e gli intellettuali della coeva sinistra europea marxista, sono molti coloro che in quegli anni guardano al movimento studentesco come al palesarsi di una “breccia”, come la definisce Morin, di una sorta di faglia sotterranea del sistema capitalistico, che va producendo la progressiva frana delle fondamenta della civiltà occidentale e della modernità industriale e che apre, di conseguenza, la via a “un processo accelerato di transizione al socialismo”, con la partecipazione di classi sociali differenti. L’alleanza che in Italia, in quello che Marco Boato definisce “ il nuovo biennio rosso”, il movimento studentesco stringe nel 1969 con la classe operaia (e che, secondo numerosi storici e protagonisti di quell’epoca è la ragione per cui, a differenza di ciò che accade altrove, nel nostro Paese il Sessantotto dura un intero decennio), la contrarietà rigida a ogni forma di gradualismo e di riformismo, paventato come strumento di integrazione, il rifiuto della socialdemocrazia, la concezione marxista-leninista dello Stato come arma della borghesia, che contraddistinguono il movimento, sembrano rafforzare e autorizzare pienamente tali interpretazioni e sembrano preludere effettivamente a una nuova stagione rivoluzionaria.

Ma se la sinistra soprattutto italiana adotta una chiave di lettura marxista degli avvenimenti di quegli anni e va identificando gli studenti come nuova classe rivoluzionaria, sorta dalle contraddizioni insite nel sistema capitalistico, è pur vero che il marxismo del movimento studentesco è alquanto differente sia dalla filosofia marxiana, sia dalle tesi della Scuola di Francoforte, sia dalle elaborazioni che intellettuali come Lucio Basso o il gruppo del Manifesto andavano costruendo. E’ un marxismo eclettico – Morin lo definisce “volgare” -, in cui sembrano prevalere volontarismo e mitografia e in cui manca una adeguata analisi delle condizioni di quella che Gramsci, riprendendo Machiavelli e identificando nel partito egemone di classe il nuovo Principe, definiva la realtà effettuale. E, soprattutto è una forma di leninismo, che nell’uso generalizzato dell’assemblea vorrebbe rimandare al sistema bolscevico dei soviet e, nel contempo, a una democrazia diretta indifferente alle questioni formali delle procedure decisionali. In questa prospettiva, il Sessantotto politico-rivoluzionario è coerentemente anti-liberale e autenticamente illiberale, fino ad assumere consistenti sfumature populistiche, giacché, nel contrapporre alla democrazia rappresentativa e formale ciò che definisce democrazia sostanziale e diretta, scivola nei meccanismi perversi dell’assemblearismo e del decisionismo dei leader carismatici che si impongono sul collettivo e ignora totalmente le procedure di garanzia della effettiva volontà delle maggioranze e delle minoranze. Lo spazio e il dibattito pubblici divengono così luogo di contrapposizione di slogan e di parole d’ordine spesso divergenti, di retorica vuota e ripetitiva, di discussione minuziosa quanto astratta, di scontro tra le volontà di potenza dei vari leader. E al tempo stesso, in modo ancipite, divengono autenticamente l’occasione di una straordinaria, appassionata partecipazione democratica, la palestra in cui si cimentano nel dibattito, spesso prendendo la parola per la prima volta, i ragazzi e le ragazze di una generazione da cui genitori e insegnanti ancora attendono adesione automatica e spesso passiva ai contenuti e ai valori della cultura dominante.

Alla radice del volto guevariano del Sessantotto si pongono allora i testi del marxismo, del leninismo e del maoismo (per alcune frange persino dello stalinismo), i Quaderni dal carcere di Gramsci, le elaborazioni della Scuola di Francoforte, in particolare di Marcuse, i Diari, scritti e discorsi di guerriglia di Ernesto Che Guevara, gli scritti di Regis Debray, il terzomondismo di Paul Sweezy e di Frantz Fanon, la nozione di “negritudine” di Senghor, le distinzioni della antropologia culturale coeva tra acculturazione e inculturazione, il Black Power di Carmichael e di Malcom X, i testi di Edoarda Masi, che per prima diffonde in Italia notizie di prima mano sulla Rivoluzione culturale cinese e sul maoismo, le elaborazioni di Rosa Luxemburg, le riflessioni delle riviste del marxismo italiano, come “Quindici” e “ Quaderni piacentini”, la Lettera a una professoressa della Scuola di Barbiana. Un insieme composito e disorganico, cui si aggiungono la narrativa e la memorialistica resistenziale, la ricerca etnografica e musicologica di Gianni Bosio, Sergio Liberovici, Ernesto de Martino, la cinematografia del neorealismo italiano e dell’espressionismo russo, compreso quel capolavoro di Esejnstein, “La corazzata Potëmkin”, ormai indelebilmente sbeffeggiata da Paolo Villaggio in una ahimè celeberrima ricostruzione canzonatoria della sequenza finale del film e dei riti e miti dei circoli cinefile di quegli anni.

Nessuno può dubitare del fatto che, a prescindere dalle consistenti problematicità, dalla mobilitazione del Sessantotto politico-rivoluzionario scaturiscono tutte le grandi riforme che, negli anni Settanta del Novecento, hanno modernizzato e contribuito a democratizzare la nostra società civile e le nostre istituzioni; e l’elenco è impressionante per quantità e qualità delle innovazioni: nel 1968, la cancellazione delle norme punitive dell’adulterio femminile; l’approvazione parlamentare nel 1970 dello Statuto dei lavoratori, della legge sul divorzio e della legge attuativa dell’istituto del referendum abrogativo; nel 1971 l’istituzione del tempo pieno nella scuola dell’obbligo e la chiusura delle scuole speciali per portatori di handicap, cui si aprono le classi comuni; nel 1972 il riconoscimento del diritto di voto ai diciottenni e dell’obiezione di coscienza al servizio militare; nel 1973 l’introduzione delle 150 ore triennali per il diritto allo studio dei lavoratori (che divengono uno dei pochi luoghi di effettiva crescita culturale di massa e di effettivo recupero dell’emarginazione scolastica in Italia); nel 1974 la sconfitta dello schieramento antidivorzista e l’emanazione dei Decreti delegati che introducono gli organi collegiali di partecipazione democratica nella scuola; nel 1975 l’adozione del nuovo diritto di famiglia e la riforma dell’ordinamento penitenziario; nel 1977 l’approvazione della legge sulla parità di genere e nel 1978 – al termine del decennio del lungo Sessantotto italiano- l’introduzione della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza e l’approvazione della cosiddetta “legge Basaglia”, che abolisce gli ospedali psichiatrici.

Certo occorre qui sottolineare come il movimento sessantottino abbia costituito il contesto e la imprescindibile spinta iniziale di tali trasformazioni, che si sono tuttavia concretizzate soltanto nell’ambito della democrazia parlamentare e in virtù dell’azione organizzata dei partiti politici dell’epoca, senza il cui lavoro di mediazione e paziente costruzione non si sarebbe approdati ad alcuna conclusione operativa.

Un ulteriore esito del Sessantotto politico è la riforma della scuola e della didattica soprattutto nella scuola dell’obbligo: sulla scorta del modello e delle elaborazioni di Don Milani (un don Milani largamente decontestualizzato ed equivocato), un’intera generazione di nuovi insegnanti che hanno militato nel movimento studentesco entra nella scuola e vi porta l’esperienza e i temi della contestazione, dal rifiuto della selezione e della meritocrazia, alla pretesa di costruire con gli allievi nuova cultura, promuovendo in loro spirito critico, “creatività”, come allora si diceva, autocoscienza e consapevolezza dei meccanismi repressivi della famiglia e della società capitalistica. Qui si intersecano ancora una volta suggestioni spontaneistiche, negazioni irrazionalistiche della neutralità della scienza, pulsioni primitivistiche e permissivistiche e, insieme e di converso, applicazione delle elaborazioni dello strutturalismo, del cognitivismo, del logicismo e dell’intuizionismo matematico. Sugli esiti di quella riforma, che intendeva essere anticlassista e democratica, si dovrebbe aprire oggi una franca e non più retorica discussione, che rimandiamo ad altra occasione, per non annoiare ulteriormente chi legge.

Conclusioni

Quello che giustamente Gorgolini ha chiamato “l’arcipelago del Sessantotto” è stato dunque molte cose insieme.

E’ stato un fenomeno di profonda modernizzazione, che ha cancellato i residui della cultura contadina occidentale: ha modificato definitivamente, almeno in termini simbolici, i rapporti interni alla famiglia, i rapporti tra uomo e donna, i rapporti tra cittadini e istituzioni; ha posto fine agli ultimi residui di autoconsumo e ha globalizzato i consumi dei giovani in ambito planetario; ha rovesciato la gerarchia tradizionale, addirittura ancestrale tra vecchi e giovani; ha operato la definitiva transizione da un mondo locale e comunitario alla società di massa globalizzata; ha secolarizzato la società e ha trasformato largamente la religiosità in una questione privata, rispetto alla quale il singolo trasceglie liberamente i valori cui decide di aderire.

E’ stato anche un movimento di democratizzazione di strutture ormai obsolete e inadeguate all’industrializzazione, alla società di massa e alla nuova sensibilità verso i diritti dell’individuo, dalla Università, alla scuola, alla medicina e alla psichiatria.

E’ stato un tempo di festa, di allegria scanzonata, di vita adolescenziale eretta a modello esistenziale, ma anche di rinnovamento spirituale, di autenticità, di generosità e solidarietà fattiva.

E’ stato una stagione di ideali diffusi, forse l’ultima manifestazione del Romanticismo, con i suoi peculiari caratteri di titanismo, esotismo, estetismo, idealismo, esaltazione della intuizione poetica e della creatività  e attenzione per le manifestazioni dell’inconscio e della follia.

E’ stato, ancora, un nuovo biennio rosso dalle decennali conseguenze, una sorta di prova generale di una rivoluzione anticapitalistica e libertaria, a mezzo tra anarchismo, bolscevismo e surrealismo; una tumultuosa furia distruttiva che immaginava imminenti e confuse palingenesi.

Ma a me pare che il Sessantotto sia stato soprattutto l’apice di quel processo nichilistico di congedo dalla modernità e dai quadri valoriali dell’Illuminismo e del Razionalismo che Nietzsche ha definito “nichilismo passivo”: con il Sessantotto si sgretolano il principio di autorità, ma anche la fiducia nella rappresentanza democratica e la consapevolezza della distinzione tra episteme e doxa; l’ottimismo positivistico, la fede nel progresso scientifico, il credito stesso che l’Occidente moderno attribuiva alla scienza, alla tecnica e al metodo; l’affidamento alla razionalità e al libero arbitrio del soggetto autonomo e autocosciente, cui si sostituiscono le ragioni dell’emotività e della biologia; la nozione stessa di verità, che si rovescia nel “pensiero debole” e nel relativismo.

Ancora una volta è una canzone a esprimere il nichilismo passivo del Sessantotto: Guccini cantava allora, riprendendo l’aforisma 125 dellaGaia scienza nietascheana, “Dio è morto” e ipotizzava la sua resurrezione nelle strade della contestazione studentesca. In realtà il Sessantotto è il momento terminale e irreparabile dell’affossamento dei valori della modernità, il tempo in cui l’assalto al Cielo postulato sui muri del Maggio francese si tramuta nella cancellazione di ogni Cielo: la stagione angosciata e angosciante del terrorismo rosso ne è, forse, la prima e più autentica manifestazione.

[pubblicato su “Appunti Alessandrini]

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