“Bambini in fuga” di Mirella Serri: quando nazismo e fondamentalismo islamico si strinsero la mano

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Di Aquila Non Vedente

Bambini in fuga” di Mirella Serri, Editore Longanesi, è la storia di un gruppo di bambini ebrei in fuga prima dalla Germania, poi dalla Jugoslavia e infine approdati in Italia, durante la seconda guerra mondiale, precisamente a Nonantola, in provincia di Modena, e della protezione che ricevettero dalla popolazione locale, che li salvò dai nazisti e dai fascisti e permise loro di raggiungere la terra di Israele.

Ma è anche la storia di un loro persecutore, che aveva come obiettivo della propria vita quello di sterminare gli ebrei, meglio ancora se bambini. E non sto parlando di Hitler, di Mussolini o di altri gerarchi nazifascisti, bensì di Amin Al-Husayni, palestinese, musulmano e Gran Mufti di Gerusalemme.

Mirella Serri, attenendosi ai documenti storici, riesce a raccontare questa storia inserendo degli episodi raccontati in forma romanzata e ha confezionato un bel libro, di quelli che quando li hai finiti ti viene voglia di approfondire la storia e di sapere che fine hanno fatto i suoi protagonisti.

Ma  andiamo con ordine, perché questa storia merita di essere raccontata, seppure per sommi capi.

Vi fu un periodo, nei primi anni trenta, in cui paesi come la Germania, l’Ungheria, la Bulgaria e la Romania pensavano di liberarsi degli ebrei mandandoli in Palestina, oppure nella colonia francese del Madagascar.

Ma a partire dal 1937 la Palestina divenne un territorio off-limits per gli ebrei: era comparso sulla scena un nuovo attore, il Gran Mufti di Gerusalemme Amin Al-Husayni, deciso a bloccare l’emigrazione degli ebrei in Palestina e a dimostrare la loro incompatibilità con qualsiasi altro popolo.

Al-Husayni era quello che oggi verrebbe definito un islamista radicale, uno di quelli che invitava gli arabi a sgozzare gli ebrei, che fece assassinare gli arabi moderati che si opponevano alle sue folli teorie, amico dei nazisti e dei fascisti, salito a quell’incarico anche per colpa dell’ignavia degli occidentali. Riuscì a ottenere il blocco delle emigrazioni ebraiche in Palestina, che dovettero ripiegare quindi sull’espatrio clandestino.

bambini-in-fuga-2Un gruppo di 43 bambini e ragazzi ebrei nel 1941 venne fatto uscire da Berlino e dirottato in Jugoslavia, in attesa che potesse proseguire verso la Palestina seguendo la rotta balcanica via terra, in quanto i porti erano controllati dai nazifascisti. Qui ebbero la fortuna di incappare nel diplomatico italiano Luca Pietromarchi, che resistette alle insistenze dei tedeschi e riuscì a farli entrare nella Slovenia italiana.

Intanto il Gran Mufti continuava la sua opera, tesa a convincere Hitler e Mussolini (come se ce ne fosse bisogno) che gli ebrei andavano sterminati, soprattutto i bambini; la sua ambizione era quella di creare un unico Stato arabo sotto la sua giurisdizione e sotto la legge islamica, che comprendesse l’Iraq, la Palestina, la Transgiordania, la Siria e il Libano.

Intanto i tedeschi avevano avviato la germanizzazione della Slovenia, con tanto di fucilazioni e di rastrellamenti di ostaggi, destinazione lager. La Croazia era in mano agli Ustascia, decisi a liberarsi di serbi, zingari ed ebrei, cioè di oltre il 30% della popolazione croata. In questa situazione, l’esercito italiano era poco propenso a seguire le regole dei tedeschi e a consegnare loro gli ebrei di Croazia. E quando la tenaglia nazifascista si strinse su di loro, i 43 ragazzi erano già in Italia, dopo un tormentato viaggio in treno nel quale soldati e carabinieri italiani “chiusero un occhio”.

Arrivati a Nonantola, i giovani ebrei (molti dei quali orfani) fraternizzarono subito con la popolazione locale che, così come per i carabinieri e i militari, non si spiegavano le ragioni dell’odio nei loro confronti: “Ma perché i tedeschi vi cacciano via?” era la domanda ricorrente, formulata in assoluta buona fede.

Nel frattempo il Gran Mufti aveva deciso di trasferirsi a Berlino, perché i paesi arabi non erano più tanto sicuri e la guerra non aveva un esito così favorevole come sperato. Ma era ugualmente soddisfatto, perché finalmente i tedeschi avevano deciso di aprire i loro forni anche ai bambini e così un milione e mezzo di bambini e ragazzi finì stritolato nella macchina dello sterminio: più di un milione erano ebrei, gli altri erano rom, polacchi e sovietici, nonché tedeschi con qualche handicap, prelevati negli istituti di ricovero.

Intanto nell’agosto del 1943, sempre grazie a Pietromarchi, arriva l’agognato permesso per i ragazzi di Nonantola di raggiungere la Turchia, oppure in subordine la Svizzera. Ma nel frattempo c’è stata la destituzione di Mussolini il 25 luglio e poi arriva l’8 settembre. E dopo l’8 settembre arrivano i nazisti e i fascisti di Salò. E allora la popolazione di Nonantola si fa in quattro per proteggere i ragazzi, nascondendoli in un seminario, procurando loro documenti falsi affinché potessero raggiungere la Svizzera.

Il libro si chiude con un ricordo delle persone che salvarono la vita a questi ragazzi: il reverendo Don Beccari e il dottor Moreali (i primi italiani ai quali fu dedicato un albero nel “Viale dei Giusti” a Gerusalemme), i preti e le suore del seminario di Nonantola, gli impiegati del Comune,  i militari, i carabinieri e via dicendo. Alcune pagine del libro non possono non suscitare commozione.

Ma una domanda sorge spontanea: che fine fece il Gran Mufti?

Anche lui aveva cercato di entrare in Svizzera, ma senza riuscirci. Approdò quindi in Francia e poi in Austria, braccato dagli anglo-americani e dai russi. Scartata l’ipotesi di rifugiarsi in Arabia, tornò in Francia. Nel corso del processo di Norimberga vennero fuori le sue colpe, i francesi e gli inglesi a parole dicevano di volerlo processare, ma in realtà avevano paura di inimicarsi le popolazioni musulmane del medio oriente e dell’India e lo lasciarono espatriare in Egitto, dove venne accolto come un eroe. E fu proprio in Egitto che Al-Husayni incontrò un suo lontano e giovane parente, il diciassettenne Yasser Arafat. Il suo obiettivo rimase quello della “guerra per generazioni” nei confronti degli ebrei, anche se in quel periodo i giovani musulmani erano piuttosto freddi nei confronti della sua predicazione. Morì nel 1974 sepolto a Beirut, essendogli stata rifiutata la sepoltura a Gerusalemme.

Il resto, è storia di oggi…

https://aquilanonvedente.wordpress.com/2017/11/04/bambini-in-fuga/

 

 

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