Ci si può lasciar morire di inedia a 17 anni: considerazioni cliniche sul caso Noa

Ci si può lasciar morire di inedia a 17 anni: considerazioni cliniche sul caso Noa

di Mauro Fornaro https://appuntialessandrini.wordpress.com

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Alessandri: La morte della giovane olandese Noa Pothoven ha suscitato un’enorme eco mediatica per le modalità con cui è avventa, inoltre l’evento è stato occasione per la riattivazione di una serie di questioni etiche (la libertà di lasciarsi morire), giuridiche (la liceità dell’assistenza al suicidio da parte di personale sanitario), socio-assistenziali (le supposte deficienze del sistema sanitario in ambito psichiatrico), pedagogiche (il ruolo dei genitori), per non dire della questione della liceità dell’eutanasia, benché sollevata impropriamente essendosi Noa “liberamente” suicidata per inedia.

Più frettolose sono apparse le indagini sulle motivazioni soggettive di un comportamento sorprendente, per non dire scandaloso, di una diciassettenne nel fiore degli anni e dall’avvenente aspetto. Come è possibile arrivare a tanto?

Le diagnosi psicopatologiche, riportate sui giornali e avvalorate dal libro autobiografico della stessa Noa (Vincere o imparare, che ha pure avuto un premio), puntano a depressione, anoressia e autolesionismo. In particolare la depressione deriverebbe dalle sequele psicologiche di violenze sessuali subite a 11 e 12 anni da parte di coetanei e dallo stupro a 14 anni da parte di due adulti. In casi come questo si può altresì ipotizzare un disturbo da stress post-traumatico (PTSD), che segue ad eventi particolarmente scioccanti vissuti dal soggetto. Se si sta alla sommaria conoscenza di questi dati clinici e biografici riportati dalla stampa e li si correla alle generali nozioni di psicopatologia, sembrerebbe prevalente un quadro anoressico, esacerbato dalle violenze subite. Cerco di spiegarmi.

1. L’anoressia. Anzitutto va rilevato il tipo di morte insolito per casi di depressione grave, nei quali è più probabile il suicidio realizzato in maniera rapida, come il gettarsi dall’alto o in un corso d’acqua, l’avvelenamento, il dissanguamento per taglio delle arterie (più rara nel genere femminile è l’impiccagione e l’uso di un’arma). Sono tutti atti eseguibili anche impulsivamente. Invece il suicidio per inedia prevede il lungo, ininterrotto perdurare del proposito e la sopportazione di una lunga sofferenza fisica, nonché la resistenza alle pressioni psicologiche dell’ambiente familiare; suppone dunque nel soggetto una fortissima volontà, una capacità dell’Io fuori del comune di persistere contro se stessi e contro il mondo. Sono tutte caratteristiche che si attagliano alla personalità anoressica.

Ulteriore conferma dell’assetto anoressico, qual è rintracciabile nel caso di Noa, è il suo ambiguo definirsi “guerriera”. Questo tratto di personalità forte, con connotazione di genere più maschile che femminile – a contropartita di una femminilità anche esasperata – si ritrova in tanti casi di anoressia nervosa. Solo che la guerra, persa contro il genere maschile violentatore, è rivolta contro se stessa, con scarse manifestazioni di rabbia e di aggressività all’esterno, nonostante ve ne sarebbe ben di che. Piuttosto prevale una certa sofferta dolcezza, ravvisabile anche in ciò che Noa comunica nel suo ultimo messaggio su Instagram: “Dopo anni di battaglie il combattimento è finito… si è deciso che sarò lasciata andare, perché la mia sofferenza è insopportabile…. Sopravvivo e nemmeno quello. Respiro ancora, ma non sono più viva. Sono ben curata , ottengo il sollievo dal dolore e sono con la mia famiglia tutto il giorno” (da L’avvenire, del 5 giugno ’19, p. 16). Conclude con un “Amore da Noa”, cui segue una faccina che manda baci.

Noa, morendo, ha vinto paradossalmente la sua “guerra contro la malattia”, come lei si esprime, però in ultima analisi la sua è una guerra contro se stessa, contro il suo corpo. Ma a un prezzo alto. È il prezzo, che si può ben intravedere anche nel caso di Noa, della scissione tra la mente e il corpo, un fenomeno tipicamente riscontrabile nell’anoressia: l’Io pensante e desiderante – “io non voglio vivere”, “io non voglio questo corpo” –  è prevalso sul corpo. E si muore di anoressia anche senza vistosi precedenti di violenza sessuale. Sono casi straordinari in cui il desiderio prevale vistosamente su un bisogno fisico irrinunciabile, quale il cibo. Per altro questi casi raccontano implicitamente di un’antropologia dualistica: il corpo e la mente sono due cose diverse e la mente può vincerla sul corpo, anzi la mente sopravvive al corpo nel senso che è affermata al di là e al di sopra del corpo. Come in ogni grande psicopatologia, anche nell’anoressia vi è un’implicita filosofia. Ma ben lungi da me il ritenere che l’anoressia giustifichi le filosofie del dualismo mente corpo. (Se faccio questo discorso è per indicare pure in patologie tanto conturbanti un margine di comprensibilità: come insegna la scuola della psichiatria fenomenologica, sono “soluzioni” di vita inscritte nelle possibilità dell’esistenza umana, seppur gravemente disfunzionali).

L’assetto anoressico di personalità certo precede i traumatici eventi delle violenze sessuali subite da Noa in età puberale ed adolescenziale: le basi di quell’assetto si costituiscono, al pari di tutte le curvature psicopatologiche dell’esistenza, nel corso dell’infanzia. In genere si fa risalire detto assetto – fattori somatici e temperamentali a parte – a rapporti disturbati nella relazione precoce con la figura materna. È quella appunto che dà cibo, e può darlo con “amore” o anche senza, è quella che per prima rispecchia alla piccola o al piccolo, nello sguardo e nell’accudimento che presta loro, una certa immagine di lei/lui, un’immagine del suo corpo. Ma non conoscendo la storia infantile di Noa non sappiamoquanto, e soprattutto come, l’ipotesi teorica generale sulla psicogenesi dell’anoressia sia confermata nel suo caso

2. Il trauma e la depressione. Prevalendo il quadro anoressico, viene da chiedersi se le violenze sessuali subite dalla giovinetta svolgano solo un ruolo secondario nella storia patologica di Noa, contraddicendo la sua affermazione che i disturbi si sono manifestati in conseguenza dei plurimi traumi sessuali subiti (il che di per sé non vuol dire che ne siano la causa principale). E comunque qual è il rapporto tra l’assetto anoressico da una parte, la depressione ovvero il disturbo post-traumatico dall’altra?

Va ricordato anzitutto che patogeno non è tanto l’evento in sé, nella sua oggettiva fattualità e gravità, ma le condizioni in cui il soggetto lo subisce: il contesto biografico, il grado di maturità ed esperienza di vita al momento. A posteriori, poi, è causalmente rilevante come il soggetto interpreti l’evento nel contesto complessivo della sua esistenza, e soprattutto se e come riesca a far fronte alla lacerazione che ogni trauma provoca nel continuo della propria esistenza. È evidente, a riprova del carattere soggettivo della reazione traumatica, che a parità di evento traumatizzante non tutti sviluppano il medesimo esito patologico. Se poi è vero che un evento fa tanto più trauma quanto più è inatteso, impensato e impensabile, inoltre quanto più è estraneo al proprio ambito di esperienze vissute, allora si spiegano le minori conseguenze psicopatologiche là dove gravi fatti di sangue, violenze dei tipi più ripugnanti sono frequenti nell’ambiente in cui si vive. (Si nota in effetti una minor incidenza di patologie post-traumatiche, sia a seguito di stupri, sia di eventi bellici, nelle popolazioni centro-africane rispetto a quelle “civilizzate” europee e nordamericane odierne).

Nel caso di Noa, per poter parlare di disturbo da stress post traumatico (PTSD) – un costrutto nato originariamente per inquadrare lo stato patologico dei reduci di guerra – occorrerebbe sapere se i suoi disturbi ne ricalchino i sintomi tipici, quali ricorrenti incubi notturni, improvvisi e non voluti flash back che riportano all’evento doloroso, difficoltà di concentrazione, continuo latente stato di allerta, o solo alcuni; o se piuttosto non prevalga rispetto al PTSD un generale e grave stato depressivo per le terribili umiliazioni e violazioni subite. Ed anche in questo caso occorrerebbe sapere se ci sono i sintomi tipici della depressione grave. In mancanza di più precisi dati sintomatologici e biografici si possono anche qui fare alcune ipotesi legate all’età di Noa e al nostro contesto culturale occidentale.

La violenza sessuale e in particolare lo stupro costituiscono un’offesa gravissima all’integrità della propria immagine psico-corporea, maggiormente in età puberale e adolescenziale: in essa il corpo è oggetto di sano (se mantenuto entro certi limiti) investimento narcisistico, il rapporto con l’altro sesso è vissuto con curiosità e ad un tempo timore. Tanto più grave è sentita l’offesa, poi, quando non ci siano ancora stati contatti sessuali, ma ad essi si cominci a pensare, e a sognarli. Violenza sessuale e stupro vengono dunque ad infrangere brutalmente quest’immagine di sé nell’adolescente, quanto più essa è investita narcisisticamente e quanto più idealizzate sono le relazioni sentimentali e sessuali con l’altro genere. Oltre all’aspetto dell’offesa al corpo, la sopraffazione sessuale comporta sul piano prettamente psicologico un’offesa all’Io e all’amor proprio, per l’umiliazione di aver dovuto sottostare impotenti alla prepotenza dell’altro. Il trauma conseguente a questa violenza psicologica si è notato esser a volte prevalente rispetto al trauma conseguente al mero abuso fisico, specie nelle donne avanti con gli anni e nelle prostitute che abbiano subito stupri.

Ebbene, tornando a Noa, è verosimile come ho affermato all’inizio, che i suddetti fattori patogeni correlati alla violenza sessuale si siano diabolicamente congiunti con l’assetto anoressico della sua personalità. Nell’adolescente anoressica è strutturalmente e non accidentalmente connessa al suo disturbo un’immagine fortemente idealizzata del corpo, un corpo vergineo e immacolato, che fa resistenza ad accettare come un arricchimento di vita la sua trasformazione in corpo di donna con tutti i cambiamenti fisiologici e psico-comportamentali connessi. Piuttosto quest’adolescente vorrebbe sempre un corpo di fanciulla, il corpo che ingrassa è sinonimo di gravidanza, l’orifizio orale confuso simbolicamente con quello vaginale, le mestruazioni censurate e infine le relazioni sessuali sono più temute che desiderate, se non respinte. Si può dunque ben immaginare quanto nell’anoressica siano maggiori le reazioni traumatiche alla violenza sessuale subita rispetto a quelle che si manifestano entro un diverso assetto di personalità.

Al che va aggiunta, ricordando ancora la notevole forza dell’Io riscontrabile in tante anoressiche così come in Noa, la considerazione di quanto bruciante deve esser pure l’offesa all’amor proprio per aver subito, e in un campo tanto intimo, il volere altrui. Quanto più guerriera, tanto più è scottante il senso di impotenza a fronte della prepotenza maschile, sentendosi trattata “come uno straccio” (secondo l’espressione ricorrente in tante donne violentate). Duplice vergogna dunque agli occhi di sé e ai supposti occhi degli altri: è cosa che per altro concorre a spiegare la difficoltà a denunciare l’abuso subito, e a volte anche solo a parlarne ad altri, come accaduto alla stessa Noa (dal Corriere della seradel 6 giugno, p. 13). Infine, nella diabolica congiunzione di fattori negativi in cui può esser incappata Noa, non è da trascurare il contesto sociale e culturale nostrano: da una parte, nei nostri paesi occidentali, abbiamo l’idealizzazione di un corpo femminile perfetto, da indossatrice, sogno di tante adolescenti, inoltre una parità di genere proclamata, ma palesemente tradita; dall’altra parte i più sono lontani – fortunatamente nelle odierne società occidentali – da fenomeni di grave violenza, appresi invero solo dai media.

3. Oltre l’esito suicidario? Anche riconosciuti i fattori che possono aver reso più drammatica la violenza subita da Noa in quanto congiunta con l’assetto anoressico, è da chiedersi come abbia potuto persistere negli anni l’effetto mortifero di quella violenza e come il trauma non abbia trovato esito diverso dal suicidio. Prescindo da quelli che possono essere stati gli errori degli psichiatri o psicoterapeuti consultati, le inadeguatezze del sistema sanitario olandese denunciate da famiglia e amici di Noa. Cerco ancora di individuare plausibili, spontanee dinamiche intrapsichiche.

È lecito ipotizzare una fissazione, cioè un particolare irrigidimento su un’immagine perfezionistica di sé e del proprio corpo, ormai violati e “sporcati” in modo irreparabile. Afferma in effetti Noa: “Mi sento sporca, dal mio corpo non se ne va più la sensazione di quello choc” (da La stampa del 6 giugno ’19,  p. 10). Questa impressione di irreparabilità, come per altro accade in tanti quadri di depressione, incatena la persona a un passato immodificabile, che essa invece vorrebbe, vanamente, fosse cambiato. Il che accade a scapito dello sguardo a un futuro che potrebbe offrire nuove opportunità, a scapito poi della progettazione di una nuova fase della propria vita, ricca di nuove relazioni in altro ambiente, che consentano di mettere in secondo piano la fase peggiore. Invece tutto sembra compromesso a seguito di quel sentirsi irrimediabilmente sporcati. Sembra dunque non esserci più speranza in un futuro diverso e svincolato dall’immagine degradata di sé: quando ci sono queste tenaci fissazioni a un passato incancellabile e a un’immagine di sé infranta, a poco servono le parole di conforto e di incoraggiamento, le indicazioni di nuove opportunità di vita da parte di genitori, amici, terapeuti. La forza dell’Io e delle proprie convinzioni, a volte fino alla testardaggine se si potesse parlare di libera volontà, rema contro, e affidarsi ad altre persone pur benevoli diventa difficile (“Avete un bel dirmi che.., ma intanto io…”, “eppoi sono io che ho patito, non voi, io violata, non voi”).

Queste sensazioni soggettive di irreparabilità si accompagnano poi a immotivati sensi di vergogna, non solo per come gli altri possono vedermi e giudicarmi dacché è venuta a nudo un’intimità violata, ma anche per l’impressione di esser stata/o in qualche modo collusiva/o con la trasgressione sessuale. Quest’ultima sorprendente reazione, che troviamo specie nelle e nei più giovani che hanno subito abusi sessuali, aggravano il senso di vergogna aggiungendovi un non meno immotivato senso di colpa, quasi essi fossero in qualche modo corresponsabili. Sono reazioni che segnalano dinamiche psichiche conturbanti e non facilmente spiegabili: in un confuso universo di colpa e di autolesionismo, la vittima viene a confondersi col carnefice, quasi si identificasse con lui, in uno sdoppiamento di sé, per sentirsi meno vittima.  In questi conturbanti universi è difficile districare sé dall’altro e proiettare all’esterno l’aggressività subita.

In effetti un esito alternativo agli impulsi suicidi, con i quali l’aggressività subita è rivolta su di sé, potrebbe essere il rivolgerla all’esterno, magari facendosi nella fattispecie della violenza sessuale un’accanita pasionaria del femminismo estremo, quello anti-maschile. Non è il caso evidentemente di Noa: con ricorrente dinamica invero più femminile che non maschile, la nostra guerriera ha appunto rivolto l’aggressività su di sé, non diversamente sotto questo profilo dalle tante donne che si sono tolte la vita durante lo stupro o subito dopo, per l’impossibilità, psicologica o fattuale, di far fronte efficacemente all’aggressore e/o alla vergogna..

L’estroflessione dell’aggressività subita può certo salvare dall’aggressività autolesionistica. E parlando di aggressività eterodiretta non ci sono solo le forme maligne, violente, ma anche quelle sublimate e socialmente trasformate, in cui cioè l’energia che un’aggressività anche reattiva comporta, è volta a fini altamente apprezzabili. Alludo ad esempio ad attività di sostegno e di assistenza a chi può aver subito analoga violenza. Ma occorre dopo tanta ferita, quale quella di Noa, una grande forza d’animo, la maturità poi di accettare una diversa e meno narcisisticamente idealizzata immagine di sé (grazie anche ad un opportuno aiuto psicoterapeutico), una capacità infine se non di perdono, almeno di tolleranza verso il violentatore, ormai sentito come un “poveretto”, un “immaturo”, o qualcosa del genere. Inoltre, per riuscire a volgere in positivo proprio il male subito – a beneficio anzitutto di sé, della pacificazione con sé e con il mondo – occorre uno spirito generoso, di cui non tutti sono dotati. Chissà se la giovane Noa avrebbe potuto accedere a simili pensieri, naturalmente dopo esser riuscita nell’ardua operazione di metabolizzare entro un rinnovato senso dell’esistenza la sua drammatica vicenda, piuttosto che volerla espellere come se non dovesse essere mai accaduta.

Autore: alessandria today

Ex Dirigente, consulente e ora blogger

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