Il lavoro è partecipazione, di Marco Ciani (*)

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Alessandria: “Care lavoratrici e lavoratori,

la Festa provinciale dei Lavoratori di quest’anno ci vede riuniti a Novi Ligure, città simbolo delle lotte per il lavoro e crocevia di vicende fondamentali, storiche ma anche recenti, che dalla provincia di Alessandria si estendono al resto del paese.

Le nostre battaglie vanno dunque oltre la dimensione locale e testimoniano quanto sia ancora difficile e nel contempo vitale la lotta per affermare i diritti dei lavoratori ad un’occupazione stabile, dignitosa, remunerativa e protetta.

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Penso a vicende molto difficili, talvolta dolorose. Come non andare con la mente al caso della Pernigotti, un’eccellenza del territorio che per un assurdo atteggiamento da parte della proprietà turca continua a vivere nell’incertezza e nella confusione più totale a scapito dei suoi dipendenti, dei lavoratori dell’indotto e del territorio, in un mercato dell’industria dolciaria che invece gode di ottima salute.

Classico esempio di incapacità da parte dei padroni del marchio che continuano a mostrarsi sordi alle richieste del Sindacato per trovare una soluzione definitiva che salvaguardi le attività. Ci auguriamo che l’incontro di fine maggio al Ministero del Lavoro tra Sindacati, Azienda ed advisor porti frutti. Sapendo però che senza disponibilità a cedere il marchio si rischia un altro nulla di fatto. Nel qual caso faremo la nostra parte.

Ma penso anche alle difficili vicende vissute da Iperdì, a testimonianza della difficile situazione di molti lavoratori del commercio, che abbiamo spesso associato a Pernigotti anche nelle iniziative sindacali come il corteo o la raccolta fondi a sostegno della lotta, una lotta che ha visto la città e la provincia stringersi attorno ai lavoratori anche con la presenza delle Istituzioni, a partire dalla città, con il Sindaco in prima persona, e poi la Provincia, i consiglieri regionali, i parlamentari italiani ed europei.

E poi la complessa vicenda dell’Ilva salvata all’ultimo minuto dal rischio di fallimento, dopo una trattativa sindacale serrata e difficile.

O, per rimanere qua vicino, il 3° valico legato fino all’ultimo alle incertezze della politica.

Ma anche l’outlet di Serravalle con la battaglia per condizioni di lavoro che consentano alle lavoratrici ed ai lavoratori di riprendersi il tempo per stare con le loro famiglie o chi ne hanno voglia nelle giornate festive. Perché anche un giusto equilibrio tra tempo di lavoro e tempo di vita deve essere un diritto. È anche grazie alle iniziative sindacali, come gli scioperi e le manifestazioni di due anni fa se ad aprile hanno potuto celebrare la Pasqua con i loro cari.

Come vedete, tante storie, solo per fermarci qui attorno. Ma potremmo continuare a lungo. Perché ci sarebbero altre situazioni in provincia di Alessandria che meritano attenzione. Una provincia che del resto gli ultimi dati ISTAT ci dicono essere la seconda del nord Italia dopo Imperia per disoccupazione con 1 lavoratore su 10 che non riesce a trovare un impiego. Questo senza contare le persone che hanno smesso di cercare perché scoraggiate, senza contare il lavoro precario, senza contare i part-time involontari, senza contare il lavoro nero di chi è costretto ad accettare condizioni indecenti pur di vivere.

A volte la battaglia diviene anche battaglia per la salute e vita.

Pensiamo solo all’amianto. 3 giorni fa abbiamo celebrato la Giornata mondiale delle vittime di questo veleno silenzioso e letale che nella sola Casale ha mietuto migliaia di vittime e che purtroppo continua ad uccidere a distanza di tanti anni. Venerdì 3 maggio al Castello del Monferrato faremo il punto con le delegate e i delegati di CGIL, CISL e UIL sull’ambiente e la sicurezza sul lavoro in Provincia di Alessandria.

Ma dobbiamo anche ricordare le oltre 200 persone, di cui 3 in provincia di Alessandria che dall’inizio dell’anno hanno visto la loro esistenza interrompersi a causa del lavoro. 3 famiglie a cui nessuno potrà restituire i loro cari morti per l’incapacità di garantire la sicurezza.

In un paese nel quale troppo spesso si lavora per vivere, ma purtroppo si muore per lavorare, il governo ha ritenuto di ridurre in media di un terzo le tariffe dei premi che le aziende ogni anno sono chiamate a pagare per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali.

Un taglio complessivo in tre anni di circa 1,7 miliardi di euro che avrebbero potuti essere investiti in maggiore sicurezza e che invece si è scelto in modo miope di far risparmiare alle imprese.

Sono ancora mille le sfide che ci attendono, malgrado questa nostra Repubblica, fin dalla sua nascita, abbia scelto di attribuire al lavoro un ruolo così importante da fondare su di esso, unica al mondo, le basi della sua Costituzione.

E allora, se vogliamo davvero dare gambe e braccia a questa nostra stella polare che è la Costituzione, dobbiamo sapere che la battaglia per il lavoro non è mai finita. Che tutte le conquiste che abbiamo strappato in anni e anni di lotte possono sempre essere messe in discussione e cancellate.

Dobbiamo lottare.

Innanzitutto per riaffermare il legame stretto che esiste tra Costituzione, democrazia e lavoro. In un periodo nel quale il ricordo delle tragedie della storia si stempera e in molti si fa strada la tentazione di ripercorrere strade che portano al disastro.

Dobbiamo provare a smentire l’amara analisi di Antonio Gramsci, politico e intellettuale di rara lucidità, secondo cui la storia insegna, ma non ha scolari.

Non dobbiamo abbassare la guardia. Rimanere vigili. Tenere sempre vivo il ricordo del legame tra la Resistenza ed il lavoro, tra il 25 aprile e il 1° maggio è un dovere che dobbiamo sentire come ineludibile.

La battaglia per il lavoro deve diventare una battaglia per rendere viva la Costituzione, per realizzarne le parti – e sono tante, e sono troppe – ancora inattuate.

Dobbiamo ricordare anche in questa occasione, come abbiamo fatto per la Festa della Liberazione, che esiste un articolo 3 nella Costituzione che indica quale compito della Repubblica “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

La Costituzione, frutto di una lotta partigiana che ha liberato l’Italia dalla dittatura del nazifascismo, ci indica una stella polare che dobbiamo continuare testardamente a perseguire, rilanciando anzi la nostra azione di lavoratori che si organizzano: la partecipazione.

Da troppi anni assistiamo a tentativi continui da parte dei nostri governanti di andare in direzione opposta alla partecipazione. Sono troppi anni che la politica, con i governi di varia impostazione che si sono succeduti alla guida del paese, tenta di escludere i lavoratori.

Lo fa cercando di mettere al margine la rappresentanza sindacale. Grave errore! Che oltretutto, normalmente, non porta bene nemmeno ai politici che lo commettono.

Se si vuole provare a rilanciare questo paese, da anni in fondo alle classifiche europee per produttività, per occupati, per salari e per tutele del lavoro non si può fare escludendo i diretti interessati. Al contrario, si fa ampliando la partecipazione, come richiama l’art. 3 della Costituzione appena citato.

L’Italia, mai come oggi, ha bisogno per salvarsi di fare squadra. Di mettere al bando gli egoismi sociali e politici che purtroppo condizionano in modo negativo lo sviluppo del nostro paese. Serve un forte richiamo all’unità per realizzare uno sforzo collettivo che ci porti fuori dalle secche nelle quali siamo apparentemente condannati.

Ormai perfino il governo stima che la crescita della nostra economia si fermerà allo 0,2%, il più basso tra tutti i paesi sviluppati. Altro che anno meraviglioso! Mi sembra inutile dire che con una crescita così striminzita, dobbiamo solo incrociare le dita e sperare che non ci capiti di incrociare un’altra recessione a livello mondiale. Altrimenti, quello che per gli altri Stati potrebbe essere un colpo duro, per noi diventerebbe fatale.

Servono urgentemente misure da concordare con le parti sociali, e quando diciamo parti sociali intendiamo non solo i Sindacati, ma anche le organizzazioni degli imprenditori, per rilanciare gli investimenti, mai così bassi negli ultimi anni.

Abbiamo bisogno di reinvestire in innovazione, scuola, formazione, infrastrutture. Sono questi i fattori che ci consentono di rimettere in moto il motore dell’economia, di garantire lavoro e salari dignitosi e, in prospettiva, di mettere in sicurezza i conti dello Stato.

È soprattutto per questi motivi che siamo scesi in piazza, CGIL, CISL e UIL assieme il 9 febbraio scorso in una grande manifestazione a Roma come non se ne vedevano da tempo. Una festa gioiosa e colorata, perché non perdiamo la speranza in un avvenire diverso, ma dove abbiamo chiesto con determinazione al governo di riaprire i tavoli.

Serve partecipazione. Serve riunire le forze produttive del paese. Serve un patto sociale che abbia come scopo il rilancio.

Guardate. Non abbiamo nessuna intenzione di fermarci. Abbiamo manifestato e scioperato in passato, con tutti i governi, checché ne dica chi ci vuole attaccare, ma abbiamo foto e documentazione per rinverdire i ricordi ai tanti smemorati che cercano di depotenziare la lotta sindacale. E lo faremo ancora se il governo non accetterà di confrontarsi con i lavoratori. Ovviamente, saremo anche pronti a discutere ed a sringere accordi se ci verrà data la possibilità di farlo.

Abbiamo colto dei segnali positivi sulla scuola. E possiamo anche accogliere con favore alcune modifiche delle regole pensionistiche, come sulla lotta alla povertà. Ma ci sono altre cose che non vanno. A partire dalle misure per la crescita, oltre a tanti elementi di criticità che anche gli interventi fin qui adottati presentano. Non ultimo il taglio delle rivalutazioni delle pensioni, per le quali scenderemo in piazza assieme alle categorie dei pensionati il prossimo 1° giugno.

Abbiamo già manifestato anche il 15 marzo scorso con gli edili perché pensiamo che questo settore che può trainare la crescita come pochi altri debba ritornare ad essere al centro delle attenzioni della politica.

Sono tanti gli interventi per la messa in sicurezza del territorio e degli edifici pubblici e privati di cui questo paese ha estrema necessità. La triste vicenda del ponte Morandi, ancora lontano dall’essere ricostruito, è lì a ricordarcelo.

Saremo assieme ai metalmeccanici che il 14 giugno sciopereranno per chiedere a governo e imprese di ascoltare le richieste dei lavoratori. La crisi dell’industria è seria. Occorrono scelte e un cambiamento di rotta.

Un altro tema sul quale non siamo assolutamente d’accordo è la revisione del sistema fiscale con il meccanismo della flat tax. Abbiamo già il record europeo di evasione fiscale. Quell’evasione che certamente non grava sui lavoratori dipendenti e sui pensionati, visto che abbiamo le trattenute alla fonte. Anzi, in questo paese lavoratori dipendenti e pensionati pagano il 90% dell’IRPEF. Sono dati della Ufficio Studi della Cgia di Mestre, quindi non nostri. Il che significa che quasi tutto il costo dello Stato, e del welfare, grava sulla nostra schiena, anche se a beneficiarne sono tutti.

E allora perché mai a parità di reddito, c’è chi dovrebbe pagare solo il 15% di tasse, e chi invece paga dal 23% al 43%? In base a quale criterio? Quello del più furbo?

Per queste ragioni siamo favorevole a una riduzione graduale del cuneo fiscale per tutti i lavoratori, ma fatta in modo equo. Un abbassamento del carico fiscale che renda le buste paga più pesanti ed il costo del lavoro più competitivo. Oggi un dipendente costa mediamente il doppio al suo datore di lavoro rispetto al netto che percepisce in busta paga. Tanti inoccupati e salari così bassi sono frutto anche di questa enorme sperequazione.

Vediamo con favore il fatto che di questi temi si discuta anche a livello di associazioni degli imprenditori. Pur con le dovute distinzioni e differenze ci rendiamo tutti conto che serve per uscire dal pantano una spinta comune sui temi più rilevanti. Questo non fa venire meno le differenze, ma se come abbiamo detto prima, la parola chiave è partecipazione, è necessario che anche chi rappresenta le imprese sia chiamato a fare la sua parte.

E a proposito di partecipazione c’è un ultimo tema che vorrei toccare in conclusione.

CGIL, CISL e UIL, assieme a Confindustria hanno sottoscritto l’8 aprile un manifesto per l’Europa. E all’Europa, al lavoro, ai diritti, allo stato sociale abbiamo dedicato questo 1° maggio. Sappiamo che oggi questo tema crea reazioni controverse. Molti accusano le istituzioni europee di tutti i mali. E certamente l’Unione così come è oggi non va bene.

Ma mentre la critichiamo, dobbiamo ricordare che se in questa parte del continente abbiamo avuto quasi 70 anni di pace, di libertà e di benessere è stato certamente anche grazie all’intuizione di chi, dopo 55 milioni di morti della seconda guerra mondiale e altri 17 della prima, ha posto le basi comuni per vivere in pace.

Ma se ci limitassimo a questo, pur enorme traguardo, non saremo persuasivi.

L’Europa è come la Costituzione. Dobbiamo attuarla fino in fondo. Dobbiamo smettere di pensarla solo come un’unione di mercati, di banche, di monete. Al contrario, all’Europa economica dobbiamo affiancare l’Europa sociale e politica affinché ogni lavoratore si senta partecipe – vedete che torniamo sempre al tema della partecipazione – e non la viva come una costruzione estranea, fondata sugli egoismi, addirittura minacciosa.

Per realizzare questo sogno, l’utopia concreta dell’Europa, un compito iniziato dai nostri padri e nonni che hanno vissuto sulla loro pelle i drammi della guerra, abbiamo un solo sistema: estendere i diritti. Ciò significa unire persone e luoghi, e non dividere come in molti cercano di fare contrapponendo gli uni agli altri. Iniziare a mettere assieme un bilancio comune, una politica industriale comune che si faccia carico anche dei marchi del territorio di fronte al resto del mondo, una politica estera comune, istituzioni più forti e democratiche, una politica fiscale comune e un comune impegno nel gestire i flussi migratori.

E a questo proposito noi saremo sempre contro ogni tentativo di discriminazione di esseri umani basato su criteri razziali o di provenienza. Non lasceremo che il mondo del lavoro venga diviso cercando di mettere le persone le une contro le altre per convenienza politica. Per noi esiste solo una razza: la razza umana.

Anche le misure per il lavoro però devono essere organizzate in Europa. Non possiamo più accettare forme di dumping che impoveriscono tutti, mentre si rende sempre più necessario un progetto per le politiche occupazionali e di sostegno al reddito che sia sviluppato a Bruxelles.

Pensate a come cambierebbe la percezione dell’opinione pubblica se i disoccupati ricevessero un assegno di integrazione al reddito con il marchio dell’Unione Europea.

È questa l’Europa che vogliamo. Sapendo che va certamente cambiata, ma avendo allo stesso tempo chiaramente in testa che fuori dall’Europa rischiamo semplicemente la marginalità e la deriva, sia economica che politica. Andremmo a fare concorrenza ai paesi in via di sviluppo.

Poiché non è questo il futuro che vogliamo, per tornare alla partecipazione, il primo dovere ed invito che rivolgiamo è quello di partecipare alle prossime elezioni europee del 26 maggio e di non farsi prendere dallo scoraggiamento. Il primo punto per cambiare le cose è partecipare.

Ecco, questa è in conclusione, cari amici la battaglia non facile che ci attende. I tempi che viviamo sono difficili, ma mai nulla è stato facile per il movimento dei lavoratori. Tutto quello che abbiamo guadagnato nel tempo, tutti i diritti e le tutele, sono costate fatica, sudore, sacrifici. Nessuno ci ha mai regalato nulla. Mentre è vero che spesso provano a dividerci per toglierci anche quello che abbiamo conquistato.

Serriamo i ranghi e continuiamo a credere nel futuro del lavoro perché assieme, lo ripeto – assieme – siamo comunque una forza che nessuno può permettersi di ignorare.

Tanti anni fa un padre della patria, un uomo che aveva combattuto per la libertà e la democrazia in Italia, un costituente ed un padre della futura Europa unita, Alcide De Gasperi disse ai giovani di allora: mettetevi alle stanghe, provate! Consentitemi umilmente di riprendere le sue parole per dire a tutti noi: mettiamoci alle stanghe amici perché l’Italia e con essa l’Europa hanno ancora bisogno di noi!”.

(*) Discorso conclusivo per il 1° maggio, in occasione della Festa dei Lavoratori provinciale a Novi Ligure, tenuto dal Segretario Generale della CISL Alessandria-Asti Marco Ciani, a nome di CGIL, CISL e UIL alessandrine